C'è una fotografia accanto a lei e un foglio tra le mani. Barbara De Stefano lo dice subito, scusandosi: legge le sue parole perché pronunciarle a memoria, adesso, non è possibile. È così che l'assessore del Comune di Ceriale, madre di Sofia Barberi, ha scelto di affidare ai social il proprio dolore, nei giorni in cui quel dolore avrebbe dovuto avere tutt'altra forma.
Sofia aveva 22 anni e di lì a pochi giorni ne avrebbe compiuti 23. È morta nella notte tra il 19 e il 20 giugno, nel tragico incidente lungo la via Aurelia. Viaggiava su uno scooter insieme all'amica quando il mezzo è stato travolto da un'auto: nell'impatto le due ragazze sono state sbalzate sull'asfalto e trasportate all'ospedale Santa Corona di Pietra Ligure, dove Sofia è morta poco dopo. Alla guida della vettura c'era una giovane neopatentata che avrebbe sbagliato una manovra di sorpasso, finendo contro il ciclomotore.
Pochi giorni dopo, Ceriale si è fermata. Il giorno del funerale è stato proclamato il lutto cittadino e la parrocchia dei Santi Giovanni Battista ed Eugenio si è riempita di migliaia di persone, le stesse che poco prima avevano sfilato in una marcia di solidarietà. A mancare, in chiesa, è stata proprio l'amica che era con Sofia quella notte: sopravvissuta, ma con ferite così gravi da rendere necessaria l'amputazione di un piede, non ha potuto lasciare l'ospedale. Le ha dedicato una lettera, affidata anch'essa ai social, in cui scrive che “il tempo si è spezzato in un punto preciso” e che ora resta a cercare di imparare a vivere in una realtà che non riconosce più.
Il video della madre arriva all'indomani di quello che sarebbe dovuto essere il compleanno della figlia. “Ieri Sofia ha compiuto 23 anni. Invece ho dovuto seppellire mia figlia - dice con la voce spezzata - Credo che non esista un dolore più grande, nessuna madre dovrebbe mai accompagnare una figlia al cimitero, il giorno prima del suo compleanno. Nessuna madre dovrebbe mai scegliere un fiore per la sua tomba, invece di prepararle una torta”.
Il ricordo di Sofia è quello di una ragazza raggiante. “Era bella. Era solare, era piena di vita. Sorrideva sempre. Amava la sua famiglia, amava i suoi amici, amava la vita - racconta la madre - Aveva davanti un futuro da costruire. Era una ragazza amata da tutti. Chiunque l'abbia conosciuta, sa quanto fosse speciale. Oggi quella luce si è spenta e con lei si è spenta una parte di me”.
Poi le parole sul lutto che resta: “Il dolore di una madre non si può spiegare. Ti lacera l'anima, ti toglie il respiro, ti logora il cuore ogni istante. Ci sono momenti in cui ti chiedi perfino perché continui a respirare, quando la persona per cui avresti dato la tua vita non può più farlo”. Un pensiero anche per l'amica: “In quella moto non c'era solo Sofia, c'era anche Emma. Oggi è in condizioni stabili, per fortuna. Ma porterà dentro di sé ferite che nessuno potrà cancellare”.
Una parte del messaggio è dedicata ai ringraziamenti: alla comunità di Ceriale, ai sindaci e ai comuni, alle associazioni, ai volontari, alle forze dell'ordine, ai medici e agli infermieri, ai commercianti che hanno abbassato le saracinesche o lasciato un fiore. “Grazie a chi ha pregato, a chi ha pianto con noi, a chi ci ha stretto la mano, a chi ci ha fatto sentire che non eravamo soli”.
Ma il messaggio cambia tono quando Barbara De Stefano smette di parlare da mamma. “Oggi non posso parlare soltanto da madre. Devo parlare da cittadina”, scandisce, riferendosi al video girato e diffuso sui social da uno dei passeggeri dell'auto subito dopo lo schianto; un filmato dai toni cinici e beffardi, che ha sollevato un'ondata di indignazione, al punto che il giovane ha poi lasciato l'Italia in un clima di pressione.
“Mentre mia figlia era sospesa tra la vita e la morte, qualcuno non ha visto la ragazza di 22 anni che stava lottando per vivere. Ha visto un'occasione. Ha preso un telefono, ha registrato un video, ha pronunciato frasi offensive e disumane - dice - Come può un essere umano, davanti a una tragedia, scegliere di filmare invece di rispettare? Di deridere invece di fermarsi? Di cercare visibilità invece di mostrare umanità?”. Da qui la condanna, senza margini: “Condanno con tutta me stessa questo gesto, perché non ha offeso soltanto Sofia, ha offeso il valore della vita”.
L'appello si rivolge poi alle istituzioni: “Mi rivolgo allo Stato italiano, alle istituzioni, a chi ha il compito di fare le leggi. Abbiate il coraggio di dare un segnale forte. Servono norme efficaci, contro chi usa i social per umiliare una vittima, per deridere una tragedia o per calpestare il dolore di una famiglia”. E un auspicio diretto: “Mi auguro che i responsabili di quel video tornino in Italia e affrontino le proprie responsabilità davanti alla giustizia”.
C'è spazio anche per un passaggio rivolto alla comunità islamica, che la madre tiene esplicitamente lontano da ogni lettura religiosa. Ringrazia gli amici musulmani che in questi giorni le hanno mostrato vicinanza: “Persone che hanno pianto con noi, che ci hanno abbracciato, che ci hanno dimostrato una straordinaria umanità”, alcuni dei quali, racconta, sono venuti perfino a scusarsi. “Mi auguro che anche le rappresentanze della comunità islamica prendano pubblicamente una posizione chiara di condanna verso un gesto così disumano - aggiunge - Non è una questione di religione, è una questione di umanità”.
Un appello che, nelle sue stesse parole, va oltre: “Va a tutte le religioni, a tutte le comunità, a tutte le famiglie, a ogni madre, a ogni padre, a ogni ragazzo, e al mondo intero. Perché il rispetto della vita non ha una religione, non ha una nazionalità, non ha il colore della pelle. Ha un solo nome: umanità”.
La chiusura è di nuovo quella di una madre: “Buon compleanno, amore mio. Ieri hai compiuto 23 anni. Avrei voluto vederti sorridere, abbracciarti. Dirti quanto ti amo. Eri la mia stella. Invece oggi posso solo portarti un fiore”. E una promessa: “Il tuo nome, Sofia Caterina Barbieri, continuerà a vivere... E vivrà nella battaglia che porterò avanti finché avrò voce, perché nessun'altra madre debba piangere una figlia. Perché nessun'altra famiglia debba vedere il proprio dolore trasformato in uno spettacolo”.








