Non solo finti appartenenti alle Forze dell’Ordine, falsi operatori bancari o vendite online mai concluse. Le truffe corrono anche attraverso annunci di lavoro apparentemente credibili, capaci di intercettare la fiducia, i bisogni e le aspettative delle vittime. È quanto accaduto ad una 50enne residente in Val Bormida, raggirata da una falsa proposta di impiego in smart working pubblicata su Facebook.
La vittima, nel novembre dello scorso anno, aveva risposto a un’offerta di lavoro riconducibile solo in apparenza a una nota catena commerciale, convinta di poter avviare una collaborazione da remoto. Durante i contatti successivi, le erano stati richiesti documenti personali e credenziali della carta di credito, presentati come necessari per l’accredito degli stipendi.
Pochi giorni dopo, però, la donna si è accorta che dal proprio conto erano stati sottratti oltre 3.400 euro. A quel punto si è rivolta ai Carabinieri della Stazione di Cengio, che hanno avviato gli accertamenti per ricostruire il percorso del denaro e individuare i soggetti coinvolti.
Le indagini dei Carabinieri di Cengio hanno consentito di identificare un sodalizio criminale composto da cinque persone, tra i 26 e 46 anni, residenti nelle province di Catania, Firenze, Monza e Pesaro, tutte già censite nelle banche dati delle Forze dell’Ordine per fatti analoghi, ritenute coinvolte nel raggiro. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, gli indagati avrebbero agito in concorso tra loro, utilizzando strumenti informatici idonei a ostacolare la propria identificazione, riuscendo così a ottenere illecitamente dalla vittima 3.408,03 euro.
I cinque sono stati denunciati in stato di libertà all’Autorità Giudiziaria. L’episodio richiama l’attenzione su una forma di truffa diversa da quelle tristemente più note: anche un annuncio di lavoro può diventare il primo passo di un raggiro. È bene diffidare da chi richiede documenti personali, dati bancari o credenziali di pagamento prima della sottoscrizione di un regolare contratto e rivolgersi subito alle Forze dell’Ordine in caso di dubbio.
Il procedimento è nella fase delle indagini preliminari, i provvedimenti finora adottati non implicano la responsabilità degli indagati, non essendo stata assunta alcuna decisione definitiva da parte dell'Autorità giudiziaria.





