Dopo l'incontro con Frida, il commissario torna in Questura.
Mentre sale le scale continua a rimuginare sulle parole della ragazza. Una cosa lo sorprende: mentre tutti nel palazzo considerano l'ingegnere Lucido una persona perlomeno insopportabile, lei trova in lui una profondità e dei sentimenti che francamente non convincono affatto il poliziotto.
Come al solito al suo passaggio nel corridoio è tutto un susseguirsi di saluti militari formali e semplici "buongiorno", che distratto Briscola non contraccambia.
Entra nel suo ufficio e immediatamente una cosa attira la sua attenzione: una grande busta gialla posata al centro della scrivania. Il suo nome e l'indirizzo della Questura sono scritti con una biro nera e un normografo: erano anni che non vedeva una cosa del genere. Questo lo incuriosisce parecchio, perché è chiaro che chi l'ha scritta non vuole essere rintracciato.
All'interno un solo foglio e poche parole scritte con lo stesso metodo di prima, recitano:
ROBERTO LUCIDO HA TROVATO LA FINE CHE MERITA, L'HO FATTO FUORI CON LE MIE MANI, È INUTILE CHE CONTINUIATE A CERCARLO.
Briscola mette la busta e il foglio in una sacchetto asettico, ma sa già che la scientifica lì sopra troverà solo le sue impronte.
Ora è determinato più che mai e sta scandagliando, attimo per attimo, le ultime giornate di tutti i condomini in cerca di falle nei loro alibi.
È da poco passata la mezzanotte quando il commissario Briscola esce deluso dalla Questura, la ricerca di nuovi indizi sulla fine di Roberto Lucido non ha portato frutti.
Cammina lentamente lungo la discesa che lo accompagna verso casa.
L'aria è calda e in giro c'è solamente un gruppo di ragazzi in vena di far casino. Spera che non lo obblighino a dover intervenire, non ne avrebbe la forza. Per fortuna sembrano essersi calmati e nel silenzio della notte sente il suono di una notifica del suo telefono: è un messaggio di Frida.
Sono alcune brevi poesie che l'ingegnere le ha scritto. Un'insieme di frasi che contemplano la bellezza della giovinezza e l'inevitabile passare del tempo. Anche queste non sembrano utili alle indagini. Finché, continuando a leggere disilluso, una non lo lascia per nulla indifferente. Si intitola:
"MI TROVERAI".
E recita:
"DOVE GLI ULIVI SCINTILLANO
I GRILLI SUONANO IL LORO CONCERTO.
IL MARE DIETRO UN CAMPANILE ASCOLTA.
AL CONFINE DELLE PROVINCE IL SOLE È PIÙ VICINO E
QUI IL PROFUMO DELLE ERBE È PIÙ FORTE DELLA MORTE".
Chissà perché queste parole sembrano accendergli una lampadina.
La notte del commissario Briscola sta passando insonne, continua a rigirarsi nel letto visualizzando le parole della poesia di Lucido. Gli pare evochino un luogo, ma non riesce a individuarlo. Finché verso le cinque del mattino una immagine, quasi una cartolina, gli appare nella mente. Così, si veste in fretta e furia e corre a prendere la sua auto.
Guida per diversi chilometri mentre la luce dell'alba inizia a salire dal mare.
Quella intuizione lo ha portato a Rollo, uno splendido borgo sulla collina al confine tra le province di Imperia e Savona. Qualche giorno prima, scartabellando tra i documenti dell'ingegnere, aveva visto un piccolissimo possedimento terriero da quelle parti, e la poesia dedicata a Frida pare proprio indicare quei luoghi:
Il confine tra le province, gli ulivi, la campagna e soprattutto il profumo delle erbe. Sì, perché Rollo è famosa per la festa delle erbe.
Parcheggia l'auto vicino agli uliveti dietro le case e si incammina nella campagna. Con l'aiuto della geolocalizzazione del telefonino trova la terra di Lucido e un minuscolo rifugio in pietra.
La porta è chiusa da una vecchia serratura arrugginita; é arrivato fin lì e, anche se non ha nemneno l'ombra di una autorizzazione, ciò non lo può fermare.
Una spallata decisa ed è dentro. La luce è poca e c'è un odore strano e fastidioso che gli è familiare. Procedendo con attenzione in quello spazio angusto, pieno di vecchi attrezzi, il commissario nota la sagoma di un uomo vicino al muro. È immobile e osserva attentamente uno strano aggeggio davanti a lui. D'un tratto un dettaglio mette in allarme il poliziotto. Riconosce quell'odore intenso: è lubrificante per armi. Così, quella che sembra solo una strana ipotesi si fa breccia nella mente fino a diventare la cruda realtà. Roberto Lucido sta mettendo in scena il suo omicidio: un complesso meccanismo mascherato da scultura concettuale, quindi dall'apparenza innocua, a cui è collegato un revolver sta entrando in funzione. Una volta fatto il suo dovere, l'arma cadrà a terra e nessuno potrà immaginare si tratti di suicidio.
La pistola sta per fare fuoco quando prontamente il commissario prende l'ingegnere di peso e lo sposta evitando che la pallottola lo colpisca alla testa.
Lucido scoppia a piangere e a bofonchiare come la disperazione e la solitudine, unite al desiderio morboso di vendetta lo abbiano portato a elaborare questo piano. Inganno concepito per alimentare infinite indagini su chi possa averlo ucciso, questa la sua strategia di rivalsa ovvero: rovinare la vita ai suoi nemici.
Con calma il poliziotto lo accompagna in auto e dopo averlo lasciato in ospedale con un agente di guardia, si reca in Questura.
Mentre guida compone il numero di suo figlio, deve fare un tentativo, ricucire un rapporto.
Sì perché pensa tra sé e sé il commissario: "La solitudine uccide".





