Attualità - 19 agosto 2026, 16:14

Caporalato in porto a Vado, respinto l'appello al Tribunale del Riesame: rimangono in carcere gli 8 arrestati

L'inchiesta prosegue. I lavoratori venivano fatti alloggiare anche in 30 in un solo appartamento ed erano stati muniti di una falsa documentazione sulla formazione in materia di sicurezza e di badge intestati ad altri stranieri “regolari”

Caporalato in porto a Vado, respinto l'appello al Tribunale del Riesame: rimangono in carcere gli 8 arrestati

Rimangono in carcere gli 8 arrestati nell'attività di indagine iniziata da un intervento effettuato nel maggio del 2025 da una pattuglia della stazione dei carabinieri di Spotorno nel cantiere edile del porto di Vado Ligure, dove è in corso la costruzione dei cassoni in cemento armato propedeutici alla realizzazione della nuova diga foranea del porto di Genova. 

Era stata infatti presentata un'istanza al Tribunale del Riesame sul rigetto del Gip per l'appello sulla misura cautelare. La richiesta degli arresti domiciliari è quindi stata respinta.

Davanti al Giudice per le Indagini Preliminari Alessia Ceccardi e al Pubblico Ministero Giovanni Battista Ferro gli arrestati nel giugno scorso si erano avvalsi della facoltà di non rispondere e non è da escludere che a breve verranno ascoltati in sede di interrogatorio dal Pm.

Nelle province di Barletta-Andria-Trani, Bergamo, Brescia, Genova e Messina, il Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri di Savona, insieme al N.I.L. (Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro), con il supporto dei comandi dell'Arma competenti per territorio e dei N.I.L. di Genova e Brescia, al termine di un'articolata indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Savona, avevano proceduto all’esecuzione di una ordinanza di applicazione di misure cautelari in carcere emessa dal Gip nei confronti di 8 persone, oltre all’applicazione della misura del “controllo giudiziario” di due società, una di Brescia, la "JH Costruzioni S.r.l.” ed una di Genova, “RBB Solution S.r.l.” e il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di 277mila euro nei confronti della società bresciana.

L'amministratore unico della "Jh" Sandeep Singh, 44 anni, l'amministratore Hira Singh 39 e il socio Joga Singh, 34 , originari dell'India, Gagandeep Singh, 32, Nawab Singh, 28, Dhot Harpal Singh, 35, Waseb Akhtar, 30, e Sandeep Singh, 50 anni, dipendenti della "RBB", hanno deciso di fare scena muta al quinto piano del Tribunale savonese. A difendere 4 arrestati l'avvocato Marco Capra di Brescia.

I dipendenti avevano riferito che i referenti della società di Brescia, di origine indiane e pakistane, avrebbero reclutato manodopera tra i loro connazionali, tutti incapaci di esprimersi e comprendere la lingua italiana, totalmente privi di mezzi e appena giunti sul territorio nazionale, sia tramite i “Decreti Flussi” che in modo clandestino (in genere attraverso la rotta balcanica), in condizioni di grave povertà e di assoluta necessità; gli immigrati sarebbero stati quindi destinati  al lavoro presso terzi.

I lavoratori stranieri, infatti, non potevano rifiutarsi essendosi gravemente indebitati a causa delle somme versate per il viaggio e il visto di ingresso in Italia (tra i 12.000 e 15.000 euro), generalmente per un lavoro che nella maggioranza dei casi al loro arrivo risultava inesistente, dovendo provvedere al mantenimento economico delle proprie famiglie nei loro paesi.

Dalle deposizioni raccolte sarebbe emerso che i titolari della società JH di Brescia  avrebbero preso in affitto appartamenti nella zona di Legino dove fornivano manodopera in subappalto, facendovi  alloggiare lavoratori in soprannumero (anche 30 persone per appartamento), alcuni con un unico bagno, unica cucina, in condizioni insalubri. Gli stessi erano privi di adeguata formazione; in molti casi sarebbero stati muniti di falsa documentazione sulla formazione in materia di sicurezza dei “lavoratori ad Alto Rischio”, rilasciata da alcune società compiacenti del bresciano; in alcuni casi sarebbero stati muniti di  badge intestati ad altri stranieri “regolari” per farli accedere nelle aree dei cantieri, imponendogli di memorizzare nome e data di nascita indicati sui “pass” per superare eventuali controlli. Diversi lavoratori hanno confermato che, pur risultando ufficialmente dipendenti e retribuiti dalle due società,  dovevano restituire in contanti tra il 40 e 60% dello stipendio erogato dalla società ai connazionali reclutatori, che gli riconoscevano al massimo 5 o 7 euro all’ora, per circa 140 - 250 ore di lavoro al mese; se si rifiutavano rischiavano il licenziamento, di essere  privati  dell’abitazione e abbandonati sul territorio. A ciò si aggiungeva il timore di eventuali ritorsioni verso i familiari in India.

Secondo quanto emerso prima del reclutamento a Brescia e l'attività lavorativa estremamente sottopagata a Vado, avevano anche lavorato a Genova nei cantieri il waterfront alla Foce e nei lavori per il nodo ferroviario a Brignole. In quei casi lavoravano dalle 8 alle 10 ore al giorno e in "nero" venendo pagati in contanti.

Le indagini, coordinate dalla Procura sono state compiute dalla stazione locale e dal Nucleo Investigativo del Comando Provinciale Carabinieri di Savona, con il supporto specialistico dei militari del locale Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro e sono consistite  oltre che nell’assunzione di testimonianze e nell’analisi della documentazione societaria e bancaria degli indagati e delle vittime, intercettazioni telefoniche, analisi dei tabulati telefonici e del traffico su celle telefoniche, nonché servizi di osservazione, controllo e pedinamento degli indagati.

All’esito delle indagini il GIP avendo  ravvisato gravi indizi di reato e la  necessità di assumere provvedimenti di urgenza, aveva emesso una ordinanza con la quale aveva disposto:

·      la custodia cautelare in carcere nei confronti di otto persone, sette di nazionalità indiana ed uno pakistana, tra i 28 e 50 anni, domiciliati nelle provincie di Bergamo, Brescia, Barletta-Andria-Trani e Messina, responsabili e dipendenti delle due società, per concorso continuato nel reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro;

·      il controllo giudiziario della società  “JH Costruzioni S.r.l.” di Brescia, che avrebbe reclutato i lavoratori stranieri fornendoli alla “RBB Solution S.r.l.” di Genova;

·      il controllo giudiziario della “RBB Solution srl di Genova,  che avrebbe utilizzato i lavoratori alle proprie dipendenze nel cantiere del porto di Vado Ligure;

·      la nomina di due amministratori giudiziari, incaricati di vigilare sulla gestione e garantire la regolarità dell’attività;

·      il sequestro preventivo ai fini di confisca di 277mila euro nei confronti della società bresciana, profitto del reato corrispondente alle somme periodicamente riversate dalle vittime agli sfruttatori,

indagando in stato di libertà altre 5 persone, 2 responsabili della società genovese, 2 persone di un’altra ditta bresciana, responsabile dell’emissione di falsi certificati di formazione sulla sicurezza dei “lavoratori ad Alto Rischio” ed un collaboratore indiano delle due società JH e RBB.

Lo scorso 19 maggio era finito proprio al centro della discussione e di una vertenza sindacale il caso della rescissione contrattuale da parte di Fincosit proprio con "RBB Solution". I sindacati (Fillea Cgil, Filca Cisl e Feneal Uil), avevano incontrato insieme ad un rappresentante della Regione la società che aveva ricevuto da Fincosit la comunicazione della rescissione del contratto (che era valido fino al 2027) per i lavori di realizzazione a Vado Ligure dei cassoni. Con 127 lavoratori, carpentieri e ferraioli, la maggior parte indiani, che rischiavano di perdere il posto di lavoro e che erano scesi in piazza con un presidio e un incontro in Regione.

Luciano Parodi

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