"Domani il Consiglio regionale della Liguria discuterà la proposta di legge sul fine vita. Proviamo a parlarne partendo non dalle bandiere, ma dalle persone. Dietro questo provvedimento non ci sono astrazioni filosofiche: ci sono uomini e donne con una malattia irreversibile, che dipendono da un trattamento di sostegno vitale, che soffrono in modo intollerabile e hanno maturato lucidamente una scelta. E ci sono le loro famiglie. Oggi, in Liguria, non hanno davanti una strada: hanno un labirinto, senza tempi certi né procedure definite. Qualcuno ottiene ascolto, qualcuno si rivolge a un tribunale, qualcuno va all'estero. Molti muoiono aspettando. Non è libertà: è abbandono. Eppure quella scelta, in Italia, è già legittima: lo ha stabilito la Corte costituzionale nel 2019 con la sentenza 242 e lo ha ribadito nel 2024. Da allora il Parlamento, pur sollecitato dalla Consulta, non ha approvato nulla: a giugno il Senato ha affossato la proposta di tutte le opposizioni. Il punto è che quel vuoto pesa sulla vita delle persone". Cosi commenta Roberto Arboscello, vicepresidente del consiglio regionale della Liguria e consigliere regionale Pd.
"In quel vuoto si sono mosse le Regioni, perché l'organizzazione dei servizi sanitari è competenza loro e perché a chi bussa alla porta della propria ASL qualcuno deve rispondere. Dopo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, il 2 settembre ha approvato il Veneto: prima Regione guidata dal centrodestra, con 32 sì, 14 no e 5 astenuti, resi possibili dalla libertà di coscienza concessa dalla Lega. La prova che su questo tema le appartenenze possono contare meno delle convinzioni personali. Resta l'obiezione ripetuta anche dal presidente della Giunta: è materia dello Stato. Con la sentenza 204 del 2025 la Consulta ha respinto il ricorso del Governo contro la legge toscana, riconoscendo che una Regione può legiferare sui profili organizzativi e procedurali anche senza una legge nazionale. Ha censurato alcune disposizioni, ma non ci ha detto che le Regioni non possono fare nulla: ci ha detto cosa possono fare e dentro quali confini. È una mappa, non un muro".
"Non è un alibi nemmeno l'impugnativa della legge emiliana davanti alla Consulta: non è una bocciatura ma l'avvio di un giudizio, e intanto quella legge resta efficace e le aziende sanitarie continuano ad applicarla. Ogni testo, poi, ha un proprio impianto: i rilievi mossi al testo emiliano potrebbero non riguardare il testo ligure. C'è infine chi teme che si corra sul fine vita mentre le cure palliative restano insufficienti. Chi lo dice, ha ragione sul dato, ma ha torto nel farne un'alternativa: non sono due strade che si escludono, sono due pezzi dello stesso dovere pubblico. Terapia del dolore, hospice e assistenza domiciliare riducono il numero di chi arriva a chiedere di morire, e vanno finanziati con ben altra determinazione. Ma nessuna rete, per quanto eccellente, cancella quel margine di sofferenza che nessuna terapia raggiunge. Davanti a quel margine lo Stato e le Regioni non possono rispondere col silenzio. Impegniamoci perché la Liguria faccia i due passi insieme".
"Il Consiglio regionale è un organo sovrano, non un'appendice della Giunta. Su una materia che chiama in causa la coscienza prima della disciplina di partito, auspico che martedì i consiglieri siano liberi di scegliere secondo coscienza, senza ordini di scuderia né dalla Giunta né dalle forze politiche. Chi è contrario voti contro con le proprie ragioni: sarà un dissenso legittimo. Ma non sarebbe accettabile che il provvedimento venga fermato per disciplina o affondato con un rinvio procedurale, senza che l'Aula lo discuta nel merito. Sarebbe una sconfitta del Consiglio regionale, prima che di una parte politica".
"Morire con dignità dovrebbe essere un diritto, e garantirgli tempi certi è un dovere di chi amministra. Martedì non chiedo a nessuno di rinunciare alle proprie convinzioni: chiedo che l'appartenenza politica non impedisca alla politica di occuparsi della vita delle persone. Anche, e soprattutto, quando è la parte più difficile", conclude Arboscello.





