Dopo 37 anni di lavoro al San Paolo di Savona, Marco Pozzo, ex tecnico sanitario da pochi mesi in pensione e consigliere comunale di "Riformiamo Savona con Marco Russo - Più Europa"., ha deciso di intervenire sul futuro dell'ospedale e sulla riorganizzazione di ATS Liguria. Lo fa con un intervento personale, legato alla propria esperienza professionale e familiare: anche i genitori hanno lavorato per anni all'interno del presidio savonese.
Un legame che Pozzo descrive come qualcosa che va oltre il semplice rapporto professionale e che lo porta oggi a chiedere attenzione per il futuro del San Paolo.
"Sono andato in pensione da pochi mesi, dopo una vita trascorsa nel mondo della sanità e al San Paolo di Savona. Ho lasciato il reparto, i colleghi, i corridoi che per tanti anni sono stati parte della mia vita. Ma non ho lasciato il legame con questo ospedale", racconta.
Da qui la decisione di prendere posizione sul processo di riorganizzazione. "Per questo oggi sento il bisogno di dire la mia sul nuovo piano di riorganizzazione di ATS e sul futuro del San Paolo. Il 29 settembre si parlava di rassicurazioni e del fatto che non sarebbe cambiato nulla per i servizi. Oggi, 2 ottobre, scopriamo invece che il piano di riorganizzazione rimane sostanzialmente confermato: Radioterapia oncologica manterrà il primario, mentre Anatomia Patologica e Malattie Infettive perderanno la propria direzione autonoma, con una gestione condivisa".
Nel suo intervento Pozzo richiama anche la storia della propria famiglia e il rapporto con l'ospedale. "Mio padre, nel periodo delle bombe, arrivò persino a fare ronde per contribuire alla sicurezza dell'ospedale, perché sentiva quel luogo come una parte della comunità da proteggere. Anche sua moglie, Biginelli Marcella, ha lavorato per anni nel reparto di Radiologia. Mio padre nell'amministrazione, lei in Radiologia e io, successivamente, come tecnico sanitario: tre percorsi, ma un unico filo conduttore, il San Paolo".
Un legame che, secondo Pozzo, rappresenta anche la storia di tante generazioni di lavoratori dell'ospedale. "È anche grazie a generazioni di professionisti come loro che questo ospedale è diventato quello che oggi conosciamo. Per questo non riesco a considerare queste decisioni come una semplice riorganizzazione burocratica".
Nel suo intervento l'ex tecnico sanitario richiama quindi le preoccupazioni espresse nelle ultime settimane da diverse realtà del territorio. "In queste settimane si sono mossi cittadini, associazioni, professionisti, ex primari e amministratori. Sono state espresse preoccupazioni precise sul futuro dell'ospedale. Ma il piano, oggi, resta sostanzialmente quello annunciato".
Da qui una domanda rivolta a chi ha responsabilità nelle scelte organizzative: "Quanto sono state realmente ascoltate queste voci?".
Pozzo precisa di non chiedere trattamenti particolari per il presidio savonese. "Non chiedo privilegi per Savona e non chiedo che altri ospedali vengano penalizzati. Chiedo soltanto che il San Paolo venga considerato per quello che rappresenta: un presidio fondamentale per Savona e per tutto il territorio".
Il ragionamento si sposta quindi dal piano strettamente organizzativo a quello del valore che un ospedale rappresenta per la comunità. "Un ospedale non è fatto soltanto di muri, macchinari e numeri. È fatto di persone, competenze, professionalità e storia".
Pozzo sottolinea di non avere più oggi un ruolo professionale all'interno del San Paolo, ma di sentirsi ancora legato al presidio. "Io oggi sono un pensionato. Non ho più un cartellino da timbrare e non ho più responsabilità professionali dentro quelle mura. Ma sento ancora una responsabilità morale".
E aggiunge: "Quella di dire che il San Paolo va difeso prima che sia troppo tardi".
Una difesa che, nelle parole dell'ex tecnico sanitario, non riguarda soltanto la permanenza dei singoli reparti, ma l'insieme delle competenze e dei servizi presenti nell'ospedale. "Perché difendere un ospedale non significa soltanto evitare che chiuda un reparto. Significa preservarne le competenze, i punti di riferimento e la capacità di offrire una sanità qualificata al territorio".
Infine, il richiamo a chi quell'ospedale lo ha vissuto per decenni. "E soprattutto significa ascoltare chi, per una vita, quell'ospedale lo ha vissuto, curato e costruito. Io sono uno di quelli. Mio padre e sua moglie lo sono stati prima di me".
La conclusione è un appello legato al rapporto tra il San Paolo e la città: "Per questo, da ex tecnico sanitario e da cittadino, continuerò a pensare che difendere il San Paolo significhi difendere una parte importante della storia di Savona. Uniti si vince".





