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| 03 febbraio 2011, 12:02

Molinari, l'uomo che corre... (la storia)

Continuano in esclusiva su Savonanews.it i racconti storici dello studioso Roberto Nicolick sugli eventi che sconvolsero Savona durante la Seconda Guerra Mondiale

Molinari, l'uomo che corre... (la storia)

Savona, 13 maggio 1945, ore 17 circa. Colle del Cadibona, chilometro 142, un gruppo di partigiani comunisti sta compiendo uno degli eccidi più feroci della guerra civile noto come la strage della corriera della morte.
Nel corso del massacro di 39 uomini inermi, un giovanissimo ufficiale Repubblicano fugge, inseguito da un partigiano.
Raggiunto, farà la stessa fine dei suoi compagni di sventura. Ecco la cronaca, basata su testimonianze di alcuni ragazzini oggi settantenni, di questo disperato tentativo di fuga.
 
Sporco di sangue, non suo ma dei suoi compagni, con addosso solo una camicia aperta e svolazzante, scalzo, privo di pantaloni, il giovane uomo correva trafelato, come una lepre… l’aria gli bruciava nei polmoni, gli occhi gli uscivano dalle orbite tanto correva, con una fortissima dose di adrenalina in corpo, che poi, era quella che lo sosteneva in questa sua fuga disperata.
Lo stomaco vuoto, le contusioni sul corpo, il dolore per le percosse impietose prese dai partigiani erano cose lontane, rimosse, dimenticate… ora aveva un solo imperativo categorico: correre, correre e soltanto correre, lontano da quegli assassini, da quello che stavano facendo ai suoi camerati, in quel piccolo vallone, sulla curva della strada del Cadibona, sopra alla galleria del treno della linea Savona – Fossano – Torino.

Mario Molinari, dal cognome famoso, per una bevanda alcolica, prodotta dalla sua famiglia, di appena 20 anni, con la fortissima volonta’ di viverne molti altri, correva, come mai aveva corso in vita sua… non per conquistare una medaglia, ma per salvarsi la vita.
Mario Molinari, tenente della G.N.R (Guardia Nazionale Repubblicana), doveva morire ammazzato come gli altri, innaffiato dal piombo, perchè “repubblichino”, così lo definivano con disprezzo i suoi guardiani, poliziotti ausiliari partigiani.

Il ragazzo aveva colto l’attimo fuggente, era riuscito ad approfittare di un momento di distrazione dei suoi carnefici, aveva dato una spallata al più vicino, uno strattone a quell’altro che lo tratteneva e poi … come un dannato che sbucava dall’inferno, aveva risalito il vallone, percorso il prato erboso in leggera salita, imboccato la strada asfaltata verso il centro di Cadibona…

Poi da li’ chissà, avrebbe chiesto aiuto, avrebbe fatto perdere le tracce, si sarebbe imboscato tra gli alberi o in qualche legnaia..
Importante era togliersi dalla linea del fuoco del mitra STEN, che stava massacrando il gruppo di prigionieri repubblicani, a gruppi di due a due, i quali venivano spinti a calci nel vallone in basso, mentre più in alto, in posizione sopraelevata, altri due partigiani sparavano sulla coppia di uomini che cadevano come fantocci nell’avvallamento.

Mario Molinari, correva, senza fermarsi, senza voltarsi indietro, con i capelli dritti dal terrore, con la speranza di riavere la liberta’ e poter vivere ancora… mentre alle sue orecchie arrivavano da dietro, sempre piu’ lontano, il rumore ritmico delle armi automatiche.

Una, per essere esatti, era terribilmente riconoscibile : lo STEN, la classica arma automatica di fabbricazione britannica, usatissima dai partigiani, semplice, maneggevole, leggera, fornita alle formazioni partigiane attraverso i lanci paracadutati alleati.

Mentre Molinari correva come un pazzo verso Cadibona, lo STEN maneggiato da un certo B.D.,  stava facendo “pulizia” nel vallone, riempiendolo di corpi, segati in due dalle pallottole, 9 mm. Parabellum. Nel caricatore dello STEN trovavano posto ben 32 pallottole, il che gli assicurava una discreta autonomia.


Il boia armato con lo STEN, non si fermava mai, tranne che per cambiare il caricatore dell’arma e per aspettare che i suoi compagni, gli mettessero a calci e pugni, sulla linea di tiro, i bersagli umani, sempre a coppie, per economia e per dimezzare i tempi di lavorazione.
Intanto Molinari correva e ogni metro che copriva era per lui una fonte di enorme sollievo. Purtroppo, egli non poteva sapere che uno dei piu’ volenterosi e feroci dei carnefici, stava per mettersi sulle sue tracce.


Per meglio raggiungerlo, il carnefice smise a malincuore di sparare e sempre il B.D., inforco’ una bicicletta e pedalando con forza, arrivò in vista del fuggiasco e pigiando  sui pedali lo raggiunse.

Il giovane tenente sentì uno strano rumore alle sue spalle, come di un corpo metallico che cade (era la bicicletta che il B.D. aveva abbandonato in corsa) tuttavia non si voltò e continuò a correre… poi percepì dei passi veloci e un respiro affannoso, sempre dietro di lui…
Continuo’ a non voltarsi, fintanto che a sorpresa, un corpo pesante di un uomo, non gli volo’ addosso e lo schiaccio’ letteralmente sul selciato.
L`impatto che subi’ fu forte… e molto doloroso, ma assai piu’ dolorosa fu la sorpresa…

Molinari era convinto di essere sfuggito ai suoi inseguitori, anzi pensava che non avrebbero provato neppure ad inseguirlo visto che erano troppo impegnati a scannare i suoi compagni di sventura.

Il  naso e il mento, a causa di quel placcaggio violentissimo, sbatterono sul selciato, producendogli una forte emorragia, il sangue gli colava vistosamente sul petto nudo…
“ti ho preso bastardo, ora devi morire, come gli altri… vieni con me….”
Ansimava e schiumava odio il B.D., mentre urlava queste parole nelle orecchie del Molinari.

Il suo alito puzzava come quello di un avvinazzato. Evidentemente aveva abbondantemente bevuto, per darsi piu’ coraggio nell’espletare le sue funzioni di boia. Per non perderlo, lo aveva afferrato per i capelli, e lo strattonava, piegandogli il capo verso terra.

Il povero Molinari, cosi’ piegato in due, con indosso un camicia lurida e sporca di sangue, tentava disperatamente, con le mani strette sul polso del criminale, di attenuare la stretta e gli strattoni, ma era cosa vana.

Sia per la sua debolezza che per lo choc subito nella rovinosa caduta, sia per la posizione svantaggiosa che il suo corpo aveva assunto in quell’istante…inoltre il partigiano che lo aveva inseguito, raggiunto ed afferrato rudemente, era di grossa corporatura, di modi estremamente violenti ed era crudelmente determinato a non lasciarsi scappare piu’ la sua preda… farsi buggerare cosi’….incredibile, da un ragazzino, inoltre.
Mentre il povero tenente della G.N.R. veniva trascinato, letteralmente per i capelli, per la strada, nella direzione opposta a quella in cui stava cercando di fuggire, perdeva dal naso e dalle labbra spaccate un rivolo di sangue scuro, che cadeva gocciolando sulla strada del Cadibona, lasciando una traccia, di un rosso scuro, interminabile, come interminabile era il dolore che lo torturava per non essere riuscito a fuggire da quegli assassini, per essere solo e completamente abbandonato, per non aver avuto nessun aiuto. La disperazione piu’ nera lo aggredi’ e le lacrime gli sgorgarono dagli occhi….

Arrivò di corsa dal luogo del massacro un altro partigiano, che era venuto a dare manforte al B.D., ma la sua presenza era inutile, oramai il povero Molinari era in “dirittura di arrivo“ verso il luogo dove avrebbe perso la sua vita ad opera di un plotone di esecuzione partigiano…

I due partigiani, con la loro povera vittima, stretta sempre per i capelli, spinta a calci nel sedere dal secondo partigiano appena arrivato, continuarono a camminare, per quanto lo permettesse la situazione, per raggiungere il luogo prescelto, dove intanto, proseguiva con cura meticolosa e maniacale il raggiungimento della soluzione finale per i Repubblicani.

L’arresto del Molinari, non passo’ inosservato.

Nelle prime case di Cadibona, che il giovane cercava disperatamente di raggiungere, alcuni abitanti avevano assistito alla scena e provarono anche ad avvicinarsi, ma furono sconsigliati dai mitra puntati dei due sgherri.
Anche un ufficiale partigiano, non garibaldino e quindi non comunista, vide la scena inumana.
Si avvicino’ per chiedere spiegazioni, ma anche in questo caso, il B.D. sollevo’ lo STEN in modo significativo, verso lo stomaco dell’intruso che dovette desistere da qualsiasi azione e vide i due che trascinavano il prigioniero nudo e crudo sin dopo la curva…

Provvide poi a protestare con il locale CLN, Comitato di Liberazione Nazionale per quel gesto, ma urto’ contro un muro di gomma.
Tuttavia appuro’ che il comando partigiano era perfettamente al corrente dell’accaduto. Anche due ragazzini, nascosti dietro ad un cespuglio assistettero alla scena, ma terrorizzati rimasero impietriti e conservarono il film del massacro nelle loro menti per tutti gli anni a venire. Ora hanno poco più di 70 anni e non hanno dimenticato ciò che videro, e me lo hanno raccontato.

 

roberto nicolick

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