Crisi abitativa e accoglienza, Aschero (Sunia): "Così si incentiva il lavoro nero"
La crisi abitativa nel Savonese riguarda non soltanto chi è in attesa di un alloggio di edilizia popolare, ma anche lavoratori e famiglie che, pur disponendo di un reddito, faticano a sostenere i costi degli affitti. A intervenire sul tema è Silvio Aschero, segretario del Sunia, che collega l'emergenza abitativa anche alla situazione dei cittadini stranieri richiedenti asilo che, raggiunta una determinata soglia di reddito, rischiano di dover lasciare i Centri di accoglienza senza avere una concreta alternativa abitativa.
Aschero parte dai numeri della domanda di edilizia residenziale pubblica e dalla situazione del mercato degli affitti: "La crisi abitativa è sotto gli occhi di tutti: non trovano casa famiglie con redditi magari modesti ma certi, ai bandi per l'assegnazione di case popolari per ogni alloggio disponibile ci sono decine e decine di richieste - per il bando di Vado Ligure, di cui è uscita in questi giorni la graduatoria, sono state presentate più di 300 domane a fronte di un'offerta di poche unità".
Secondo il segretario del Sunia, a fronte della forte richiesta rimane consistente il numero degli alloggi non utilizzati. "Per contro gli appartamenti sfitti, sia privati che di proprietà pubblica, in provincia superano il migliaio, i canoni aumentano, centinaia di famiglie convivono con lo spettro dello sfratto, i contratti residenziali in scadenza non sono rinnovati, a vantaggio di quelli brevi, mentre la popolazione, anche perché non trova casa, continua a calare".
È in questo quadro che Aschero inserisce la questione dei richiedenti asilo e dell'uscita dai Centri di accoglienza al raggiungimento della soglia di reddito prevista. "In questo contesto l'applicazione della legge che prevede l'espulsione dai Centri di Accoglienza gli immigrati richiedenti asilo, è semplicemente un modo per impedire loro di cercare un inserimento sociale: lo Stato che genera l'emergenza sociale della quale poi si dice preoccupato".
Aschero sottolinea quindi il percorso di inserimento intrapreso da molti cittadini stranieri presenti nel territorio savonese: "Gli immigrati savonesi cercano di integrarsi, centinaia di loro frequentano le scuole d'italiano, accettano lavori occasionali che possono creare una professionalità, pagano contributi e tasse, ma se onestamente raggiungono un reddito di 7000 euro sono espulsi dai Centri di accoglienza, devono trovarsi una casa e mantenersi".
Il punto, secondo il segretario Sunia, è la sproporzione tra la soglia di reddito e i costi del mercato immobiliare. "7000 euro! Che sono 583 euro al mese, quando un canone di affitto a Savona, anche in quei vergognosi garage convertiti ad abitazione, si aggira sui 400 euro mensili. Ma chi legifera dove vive? Così ottiene solo di incentivare il lavoro nero, per non superare la soglia e continuare ad avere un tetto, beninteso, non una casa".
Una situazione che, nelle parole di Aschero, rischia di produrre conseguenze anche sul piano della tutela del lavoro e della previdenza. "Lavorare in nero vuol dire non avere diritti in caso di infortuni, non creare i presupposti per una (ipotetica ormai) pensione, non contribuire alla previdenza della collettività e, ovviamente, non poter sperare di poter avere una casa in affitto, nella quale costruire il proprio futuro".
Infine, il segretario del Sunia richiama le recenti dichiarazioni del Prefetto di Savona sulla situazione, evidenziando però come, a suo giudizio, resti ancora aperto il nodo dell'accesso alla casa.
"Il Prefetto di Savona rilascia dichiarazioni che sembrano comprendere la delicatezza della situazione e la volontà di agire con prudenza, ma il cuore della questione resta irrisolto: immigrato, giovane, con un lavoro precario e reddito di 7000 euro, che speranza ha di trovare una casa, quindi poter continuare a lavorare, farsi una famiglia, avere la possibilità di una vita dignitosa?".














