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Attualità | 28 febbraio 2021, 10:00

La Fiaba della Domenica: Le tre caverne

La storia del cavaliere Arturo del regno di Cavolfiore

La Fiaba della Domenica: Le tre caverne

Dovete sapere che nell’antico regno di Cavolfiore vi era un cavaliere di nome Arturo che era la forza e la baldanza fatte persona.

Arturo era la guardia del corpo della regina Echinacea, regina viaggiatrice, regina mondana, regina festaiola, regina che intrecciava rapporti diplomatici e di amicizia con i regni più lontani,  con i regnanti più disparati e diversi da lei, regina amante dei colpi di scena nella vita come nella politica, regina sempre pronta a schierarsi dalla parte dei deboli, degli afflitti e dei perseguitati.

Ma che fatica per Arturo!

Quanta tensione, che ansia!

Proteggere una regina così era veramente un compito improbo, quasi un incubo quotidiano per un tipo preciso e, va detto, di temperamento ansioso come lui.

Arturo non si fidava di nessuno, né di persone conosciute né, men che meno, di sconosciuti.

Ognuno era potenzialmente un nemico, ciascuno era un potenziale pericolo per la sua regina che Arturo amava più della sua vita.

Ogni cavaliere che osava avvicinarsi alla regina si trovava subito parato di fronte l’enorme petto di Arturo, la montagna umana, come era soprannominato.

Ogni avventuriero che osasse solo pensare qualcosa di negativo per la regina Echinacea doveva fare i conti con quell’omone forte e risoluto.

Devo dire che se ciò forniva ad Echinacea grande tranquillità e perenne serenità, a volte però era anche un po’ fastidioso.

Che diamine!

Lei, a volte, voleva essere avvicinata, appropinquata e approssimata da certi cavalieri dagli occhi di brace, brace subito spenta da Arturo o da certi stallieri dai pettorali di ferro… ma quelli di Arturo erano di acciaio e rendevano ben poca cosa tutti gli altri che, per non spezzarsi, si defilavano immantinente.

Ma Arturo era così: la sua stessa ragione di vita era la regina, la protezione della sua regina per la quale, avesse avuto dieci vite, tutte dieci avrebbe donato.

Ogni passo, ogni uscita pubblica o privata, ogni intrattenimento, ogni ricevimento di corte, ogni conferenza, ogni udienza della regina, erano pregni della forza e della presenza di Arturo.

La grande statura, gli occhi roteanti che captavano ogni battito d’ali, i sensi tesi allo spasimo, la mano sull’elsa della spada, il mento prominente sotto il naso aquilino, erano l’immagine di Arturo.

Il giorno egli era sempre un passo dietro la regina, pronto a scattare e a spingere via i sudditi adulanti, la notte dormiva con un occhio solo, la fedele spada sempre al fianco, disteso per terra ai piedi del letto della regina Echinacea, separato da lei dal velo di tulle del baldacchino del letto.

Neppure delle ancelle si fidava Arturo: il mattino al risveglio della regina e la sera al commiato, Arturo seguiva con discrezione, ma con la stessa attenzione di sempre, ogni gesto delle ancelle durante le abluzioni  portate a Echinacea.

E lei doveva tenerlo a freno con voce perentoria, anche se amorevole,  quando lui diventava sospettoso di un’ancella mai vista o di una troppo nervosa.

Che diamine!

La regina doveva ben far salvo il pudore, doveva ben tutelare la propria funzione da quelle pettegole delle ancelle!

Doveva ben delimitare i suoi spazi e i suoi atti regali!

“Arturo, che diamine, diventi troppo irruento, stai tranquillo, stai oltre il velo di tulle che non sono ancora completamente vestita!”

“Mia regina, è certa che non vi sia pericolo?” “Ho notato un’ancella che guardava furtiva!”

Questo era il tono dei dialoghi nella camera di Echinacea quando Arturo non era da solo con la sua regina.

Quando, poi, le ancelle si congedavano, finalmente Arturo si sdraiava ai piedi del letto e cominciava ad ascoltare il respiro lento o affannato della sua regina, prima tipico di una persona sveglia che fantastica realtà e libertà lontane e ambite e poi, pian piano, sempre più regolare e cadenzato, tipico di chi dorme sognando le bellezze che la vita regala.

Praticamente Arturo non dormiva mai o quasi: solo quando la sua protetta era serena nelle braccia di Morfeo, egli si concedeva brevi sonnellini leggeri, pronto a balzare per un nonnulla, pronto a uccidere e a farsi uccidere per la sua ragione di vita.

Quante volte si ergeva con la spada sguainata per un colpo di vento!

Quante volte scostava il velo di tulle del baldacchino per un gemito di sogno emesso da Echinacea.

Devo dire che, siccome la regina era molto amata da tutti i suoi sudditi, la perenne figura di Arturo un passo dietro lei era una grande garanzia per tutti.

Tant’è vero che al classico “lunga vita alla regina”, urlato lungo i cortei regali, i sudditi facevano seguire il meno classico “lunga vita ad Arturo”.

Per tutti quell’omone era la sicurezza fatta immagine di un regno giusto e civile, un regno ove i buoni trovavano il giusto riconoscimento e i cattivi la giusta punizione, ove ogni torto era riparato, ogni persona poteva vivere serena e laboriosa godendo dei meritati frutti del proprio lavoro, in pace e armonia con tutti i vicini e i confinanti.

Ma avvenne l’imprevedibile: un giorno, durante un regale corteo, in mezzo a due ali di folla, un pazzo capitato là per caso riuscì a colpire la regina con un corto coltello nascosto nella manica della sua giubba.

Fu il suo ultimo gesto perché un secondo dopo la sua stolta testaccia rotolava sul selciato tagliata di netto dalla spada di Arturo.

Ma il pazzo era stato un secondo più veloce di lui!

Era riuscito nell’impensabile!

Aveva violato quel corpo adorato ferendolo, anche se, per fortuna, in modo non grave!

Lui, il prode Arturo, l’omone senza paura che viveva per la sua regina, aveva lasciato che lei fosse colpita!

Devo dire che la regina, ancor più del bruciore proveniente dalla ferita sanguinante, percepiva la disperazione del suo Arturo: sentiva il crollo di quella montagna che viveva per lei e che non aveva saputo impedire l’evento.

E di ciò la regina si preoccupava mentre veniva soccorsa.

“Non ho nulla di grave”, diceva Echinacea, “guarirò presto”, “state vicini ad Arturo, è lui che è veramente ferito e che ha bisogno di soccorso”.

E fu la tragedia!

Fu un delirio di nequizie!

Arturo da quel giorno si afflosciò su se stesso, come se fosse diminuito di statura, non mangiava più, dimagriva a vista d’occhio, continuava a ripetere, monotono e monocorde, “sono un incapace, ho fallito”, “sono un incapace, ho fallito”.

E siccome non si alzava più, la guardia della regina venne affidata a dieci armigeri di corte che presero il posto di Arturo.

A chi si avvicinava, Arturo sapeva solo ripetere “sono un incapace, ho fallito”.

Non serviva tranquillizzarlo sulle condizioni di salute della regina,  in rapida ripresa, non serviva minacciarlo, non serviva pregarlo.

Era ridotto al lumicino: lui, l’immagine della forza e della sicurezza, era ora l’immagine della volontà di morire.

E il fatto peggiore era che non voleva neppure ricevere visita dalla regina.

Si vergognava a tal punto da minacciare di uccidersi subito se la regina si fosse recata da lui.

Quante volte Echinacea provò a persuaderlo con lettere profumate, con pergamene dorate nelle quali manifestava a lui l’immutata stima e lo pregava di sincerarsi di persona che lei stava bene. Ma nulla!

La regina era davvero preoccupata: voleva molto bene ad Arturo e poi, che diamine, non poteva certo perdere un uomo così!

Non restava che l’imperio, non rimaneva che un editto regale!

Ma  Echinacea, oltre che bella e imprevedibile, era anche intelligente e profonda, doveva essere un editto che , oltre a ordinare, portasse Arturo a essere quello di prima.

E così scrisse di suo pugno: “Ordino che il suddito Arturo, la mia guardia del corpo, si rechi in tre giorni differenti, alle tre caverne sulla Montagna del Diavolo e mi porti, pena la morte, i doni là custoditi”.

Era “l’ultima spiaggia”.

La regina era ben consapevole dei pericoli a cui esponeva il fido Arturo, pericoli mortali, ma d’altronde era la morte che lui invocava, morisse almeno felice nel cercare di soddisfarla, invece che ricurvo nell’insoddisfazione!

E poi lei ben conosceva il valore di Arturo, la sua capacità di sfidare e vincere i perigli di ogni genere: era fiduciosa che sarebbe tornato vincitore.

Come Arturo ricevette da un  paggio l’editto trasalì: la regina aveva bisogno di lui, era un ordine scritto e vergato dalle adorate mani!

E l’antico senso del dovere riaffiorò nelle nubi della disperazione, l’antico richiamo della sua regina ebbe il sopravvento sul nichilismo più abietto.

E chiese subito cibo, armatura, spada e cavallo!

Si sarebbe recato il giorno stesso alla prima spelonca, senza sapere che dono là fosse custodito e desiderato dalla sua regina, senza neppure porsi il problema di quali pericoli dovesse affrontare.

E iniziò la marcia a tappe forzate verso il Monte del Diavolo, sotto il sole rovente a picco che avrebbe fermato chiunque, ma non Arturo rianimato dalla voglia di accontentare Echinacea.

Trovò subito la prima caverna: era un antro buio maleodorante, umido e vischioso che lo obbligò ad accendere  una torcia.

Il silenzio più cupo permeava la cupa spelonca, rivoli di acqua melmosa e verdastra colavano sulle pareti di roccia formando pozzanghere sporche e piene di ragni d’acqua.

All’improvviso, alla fioca luce della torcia, ecco un bagliore azzurrino: Arturo non poteva credere ai suoi occhi!

Un meraviglioso abito da donna, intessuto con l’oro e tempestato di zaffiri, rifletteva bagliori accecanti alla luce della torcia.

Ecco il regalo voluto dalla sua regina!

Un meraviglioso vestito che lui, Arturo, doveva portarle.

Ma ai piedi del vestito, proprio come lui giaceva ai piedi di Echinacea, sostava un enorme e sibilante serpente dorato, così grosso e così dorato come lui non aveva mai visto neppure nel peggiore dei suoi incubi.

Non sarebbe stato certo il serpente, guardia del corpo di un vestito senza corpo, ad avere la meglio su di lui, guardia del corpo di un corpo che desiderava quel vestito!

Con un colpo da maestro, prima trafisse al cuore quel rettile e poi gli tagliò la testa proprio come aveva fatto al pazzo che aveva osato trafiggere la sua protetta.

Era ormai sera inoltrata, quando Arturo, straordinariamente dritto sul proprio destriero, tornò al castello e posò ai piedi di Echinacea lo stupendo vestito trovato dentro la grotta.

La regina, volutamente altera, non profferì parola: il ritorno alla vita di Arturo era iniziato, ma ancora si era lontani dalla vittoria.

Quella notte Arturo dormì poco come al solito: ma era pervaso da un rinnovato senso di orgoglio, da una strana e nuova forza vitale, da uno speciale afflato, da un forte impulso a ritornare quello di un tempo.

E la mattina seguente,  all’alba, con il sole che ancora non faceva capolino, Arturo riprese il cammino impervio verso il  Monte del Diavolo.

Ma gli sembrava meno impervio, gli pareva che il cavallo conoscesse ogni buca, evitasse ogni sasso, saltasse ogni radice con destrezza e abilità.

Ritrovando il corpo dell’enorme serpente, da lui ucciso il giorno precedente, steso all’imboccatura della prima caverna, gli parve che la coda del serpente gli indicasse una direzione: prese per essa e non sbagliò!

Poco dopo ecco un enorme buco nero, una bocca d’inferno spalancarsi davanti a lui.

Ma questa caverna non era bagnata, anzi era fresca e ventilata.

Ma ne proibivano l’accesso centinaia di radici intrecciate da una parete all’altra.

Con infinita pazienza e con instancabile potenza, dando di spada e strappando con le mani, Arturo si incamminò nella spelonca fino a che non vide ai piedi di un albero cavo un cofanetto d’argento ricolmo di ogni pietra preziosa e di ogni monile: diamanti, rubini, monete, bracciali, collane, perle grosse come uova d’uccello!

Ecco che cosa voleva da lui la regina in dono!

Doveva portarle il cofanetto.

Ma l’uccello più mostruoso che avesse mai sognato nel peggiore degli incubi era a guardia del tesoro: aveva gli occhi di fuoco, il corpo di un’aquila gigantesca e il viso di una strega dai denti affilati.

Le unghie erano come lance acuminate.

Subito Arturo, impavido come sempre, sguainò la spada pronto a colpire il mostro.

Ma un’agghiacciante risata lo fermò, seguita da queste parole: “colpiscimi pure, o stolto Arturo, tu non sai che io ho il dono dell’immortalità”, “non potrai mai vincermi, perché io non posso morire”.

La situazione era disperata: il mostruoso uccello si preparava ad attaccare, sarebbe stata la fine.

Ma non era certo la sua vita a preoccupare Arturo, bensì il non poter accontentare la sua regina.

E gli venne un’idea.

Il mostro non poteva morire di spada, ma poteva morire di spavento, o almeno restare tramortito.

E così alzò il suo scudo a specchio proprio davanti all’uccellaccio che, incredulo di tanta bruttezza e da essa spaventato, stramazzò al suolo.

Badando bene a non svegliare la mostruosa creatura, Arturo afferrò il prezioso cofanetto e si dileguò in fretta da dove era venuto.

Tornando alla reggia, felice di aver fatto il proprio dovere, Arturo era però conscio che l’ultima prova, quella che l’aspettava l’indomani, sarebbe stata la più difficile, la decisiva.

E non riuscì a chiudere occhio quella notte, pensava come in un film retrospettivo alla sua vita dedicata a Echinacea, la luce stessa dei suoi occhi, l’anelito stesso della sua vita, che non poteva deludere un’altra volta.

E l’indomani partì di buon’ora sul suo cavallo; questa volta il viaggio verso la Montagna del Diavolo fu lungo e penoso: pareva che il cavallo facesse un passo avanti e due indietro.

Più volte dovette incitarlo, spronarlo con vigore, quasi che l’animale non ne volesse sapere di proseguire.

E arrivò alla sommità del monte.

Non vedeva caverne, ma solo pietre nude e levigate, battute dal vento e dalla pioggia.

Quel giorno non c’era il sole rovente, ma tuoni, lampi e gelo la facevano da padrone.

Sotto la sferza del vento, un tuono molto più forte degli altri fece trasalire Arturo.

Una roccia si era spaccata, lasciando apparire un antro sinistro.

Ecco la terza spelonca!

Ecco il destino cui era chiamato!

Senza indugio, Arturo si infilò nella bocca della montagna.

Che strano, era una grotta di facile accesso, senza radici, senza pozzanghere, abbastanza luminosa!

Ed ecco una voce suadente!

“Ciao Arturo, ti aspettavo, sei giunto puntuale!”

Era una bella voce, dal maschile timbro profondo e seducente, dal tono pacato e accattivante.

E proveniva da una persona ancor più seducente e accattivante: un bellissimo ragazzo, così perfetto nei suoi lineamenti e nelle sue fattezze, così sinuoso ed esprimente forza, fierezza e bellezza, da lasciare Arturo senza fiato.

Lui si aspettava un mostro, una belva, una fiera, una strega, mai più immaginava di trovare nella terza caverna tanta bellezza e tanta cortesia.

Trovò la forza di chiedere al giovane Apollo:”Chi sei tu, come fai a conoscere il mio nome?”  “Oh Arturo, io sono il re, il re del Male, e ti offro di divenire la mia guardia del corpo !”

“Tutti pensano che il Male sia orribile e invece, come vedi, io che ne sono il re sono l’immagine del Male che spesso è bello e affascinante, seducente e accattivante!”

“Tu servi una regina mortale che ti offre solo amicizia e servitù pericolosa, se diverrai il mio fido custode, ti offrirò la bellezza del Male, l’immortalità e ogni piacere a te ora negato!”

Non si può negare che Arturo fosse lusingato.

In fondo Echinacea lo aveva fatto dormire per anni ai suoi piedi, lo teneva sempre un passo indietro da sé, lo aveva mandato a cercare doni per sé senza nulla dare in cambio dei rischi affrontati.

Stava per accettare, il suo sì al giovine signore dal cuore era ormai giunto alle labbra.

Ma si parò davanti ai suoi occhi un volto.

Era quello della sua regina che piangeva per il suo mancato ritorno.

E cominciò a correre, sui suoi passi, lasciando il bellissimo re ammutolito, sempre più forte, sino al cavallo che spronò a perdifiato sino al castello.

Echinacea era lì ad attenderlo. Oh Dio! E il terzo dono, era tornato a mani vuote!

Prima che la disperazione lo afferrasse di nuovo, Echinacea parlò: “Sei tu il terzo dono, mio fedele Arturo, tu e la tua ritrovata voglia di vivere e di lottare insieme a me per il bene del nostro popolo!”

Tratto da: "Le fiabe per... sviluppare l'autostima (un aiuto per grandi e piccini", di Elvezia Benini e Giancarlo Malombra, collana "Le Comete", Franco Angeli Editore. Con il patrocinio dell'Unicef. 

GLI AUTORI:

Elvezia Benini, psicologa, psicoterapeuta a orientamento junghiano, specialista in sand play therapy, consulente in ambito forense, già giudice onorario presso la Corte d'Appello di Genova. Autrice di numerose pubblicazioni a carattere scientifico.

Cecilia Malombra, psicologa clinica, specializzanda in criminologia e scienze psicoforensi, relatrice in convegni specialistici per operatori forensi e socio-sanitari. Autrice di pubblicazioni a carattere scientifico.

Giancarlo Malombra, giudice onorario presso la Corte d'Appello di Genova sezione minori, già dirigente scolastico, professore di psicologia sociale. Autore di numerose pubblicazioni a carattere scientifico.

Associazione Pietra Filosofale

L’Organizzazione persegue, senza scopo di lucro, finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale mediante l’esercizio, in via esclusiva o principale, delle seguenti attività di interesse generale ex art. 5 del D. Lgs. 117/2017:

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k) organizzazione e gestione di attività turistiche di interesse sociale, culturale o religioso;

In concreto l’associazione, già costituita di fatto dal 27 gennaio 2016 e che ha ideato e avviato il concorso letterario Pietra Filosofale di concerto con l'amministrazione comunale, intende proporsi come soggetto facilitatore, promuovendo e stimolando proposte di cultura, arte e spettacolo sul territorio, organizzazione di eventi culturali e/o festival, ideazione e promozione di iniziative culturali anche in ambito nazionale, costruzione, recupero e gestione di nuovi spazi adibiti a luoghi di Cultura Permanente, anche all’interno di siti oggetto di riqualificazione e/o trasformazione quali ad esempio l’ex Cantiere Navale di Pietra Ligure, come già attuato nel 2018 presso la Biblioteca Civica di Pietra Ligure, ove ha curato un percorso specifico di incontri dedicati alla salute e al benessere attraverso il progetto Il sogno in cantiere": il sogno, in onore e ricordo del cantiere navale che un tempo a Pietra Ligure ha dato vita a tante navi che sono andate nel mondo, vuole ritrovare nel “Cantiere” il luogo di cultura permanente dove poter trascorrere un tempo dedicato al pensiero del cuore, per nutrire l'anima con letture, scrittura creativa, musica, conferenze, mostre.

La “Filosofia dell'associazione” è quella di ridare vita al "Cantiere" in una nuova forma e in un nuovo spazio, ma con lo stesso intento di progettare e costruire "mezzi" speciali, per poter viaggiare con l'immaginazione, strumento di fondamentale importanza per creare spazio e tempo migliori in cui vivere.

L'Associazione vuole favorire l'alchimia di differenti linguaggi, promuovendo spazi di arte, cultura e spettacolo, convogliando le energie nascoste, rintracciando il messaggio archetipico attraverso la narrazione, tentando di recuperare i meandri del proprio Sé, per creare momenti di incontro, scambio e ascolto e per gioire dell'Incanto della Vita. L'aspetto narrativo si è già concretizzato nel 2016 attraverso l'esperito Concorso letterario sulla fiaba; la fiaba è metafora di vita: se il suo linguaggio è ricco e articolato, anche la vita, di conseguenza, sarà ricca e articolata, capace, come per i personaggi delle fiabe, di conservare una nicchia di libertà che faccia considerare l'alterità, l'altro, come un patrimonio da tesaurizzare. L'intento è quindi quello di compiere il “varo” di un “Festivalincantiere” quale contenitore di numerose iniziative, in primis il recupero del concorso letterario sulla fiaba, per poter consentire di viaggiare con l'immaginazione, strumento di fondamentale importanza per creare uno spazio e un tempo migliori in cui vivere e per offrire al Comune l'ampliamento della propria visibilità culturale sia a livello locale sia nazionale e oltre.

«I luoghi hanno un'anima. Il nostro compito è di scoprirla. Esattamente come accade per la persona umana.» scrive James Hillman

La triste verità è che la vera vita dell'uomo è dilacerata da un complesso di inesorabili contrari: giorno e notte, nascita e morte, felicità e sventura, bene e male. Non possiamo neppure essere certi che l'uno prevarrà sull'altro, che il bene sconfiggerà il male, o la gioia si affermerà sul dolore. La vita è un campo di battaglia: così è sempre stata e così sarà sempre: se così non fosse finirebbe la vita. (C.G.Jung, L'uomo e i suoi simboli)

Pedagogia della fiaba

La fiaba è metafora di vita: se il suo linguaggio è ricco e articolato, anche la vita, di conseguenza, sarà ricca e articolata, capace, come per i personaggi delle fiabe, di conservare una nicchia di libertà che faccia considerare l'alterità, l'altro, come un patrimonio da tesaurizzare e non come un competitor o peggio come un diverso stigmatizzabile in minus da omologare coercitivamente.

"L'aspetto linguistico così intenso ed evocante contesti e costrutti, spesso caduti nell'oblio, è il necessario contenitore, è la pelle del daimon che consente a ciascuno di riappropriarsi di conoscenza e di dignità, ricordando a tutti e a ognuno che l'ignoranza è la radice di tutti i mali". (Giancarlo Malombra in "Narrazione e luoghi. Per una nuova Intercultura", di Castellani e Malombra, Ed Franco Angeli). 

 

 

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