Il consenso dei Comuni interessati alla realizzazione del futuro termovalorizzatore in Liguria non è stato eliminato, ma spostato nella fase successiva, prima dell’avvio della procedura vera e propria. È questo il punto centrale della risposta dell’assessore regionale al Ciclo dei rifiuti Giacomo Raul Giampedrone, intervenuto in consiglio regionale dopo le interrogazioni presentate dal Partito Democratico e da Alleanza Verdi e Sinistra sul percorso avviato dalla Regione per la realizzazione dell’impianto terminale di chiusura del ciclo dei rifiuti.
Al centro del confronto, da una parte, la scelta di non inserire nell’avviso pubblico iniziale il requisito della nota di adesione del Comune territorialmente interessato, dall’altra le preoccupazioni legate all’ipotesi Val Bormida, indicata nelle scorse settimane come una delle aree oggetto di attenzione nel dibattito pubblico. Giampedrone ha chiarito che, secondo la Regione, la procedura in corso non comporta alcuna decisione definitiva sulla localizzazione dell’impianto e serve soltanto a raccogliere proposte progettuali da parte degli operatori economici.
"Per poter attivare la procedura abbiamo dovuto spostare il consenso del sindaco rispetto all’avvio di qualsiasi fase progettuale, perché se un sindaco avesse espresso un no prima della delibera di indirizzo avrebbe escluso prioritariamente un territorio", ha spiegato l’assessore. "Ma questo non vuol dire farlo in Val Bormida, dove nelle nostre delibere non c’è nulla se non le analisi di Rina, precedenti a tutto il percorso, per chiudere le valutazioni di scopo rispetto alle zone ritenute più idonee nella nostra regione".
Giampedrone ha respinto quindi l’accusa secondo cui la giunta avrebbe cancellato il consenso preventivo dei territori. "Non abbiamo tolto nulla, abbiamo spostato quel consenso che abbiamo deciso noi di inserire, perché non sta nelle procedure normative per realizzare impianti di questo tipo", ha detto. "Spostare un termine non vuol dire eliminare una valutazione che abbiamo voluto fortemente. È doveroso dichiarare che non corrisponde al vero dire che la giunta regionale ha tolto il consenso preventivo: l’abbiamo spostato, rimane ed è coerente con la disciplina che stiamo seguendo".
L’assessore ha poi ricostruito il quadro tecnico della procedura, richiamando il decreto di Arlir del 14 aprile 2026 e la Dgr 122 del 2026. "Abbiamo approvato un avviso che si colloca nel quadro dell’articolo 193 e configura una procedura esplorativa in senso stretto, volta a sollecitare l’iniziativa privata attraverso la presentazione di proposte di partenariato pubblico-privato", ha spiegato.
Si tratta, ha precisato Giampedrone, di una fase diversa rispetto alla precedente consultazione di mercato. "Sono fasi distinte e successive rispetto alla precedente consultazione, che era una manifestazione pubblica senza alcuna valutazione di tipo tecnico, finalizzata alla raccolta di manifestazioni di interesse. Ora invece si acquisiscono proposte progettuali strutturate, corredate da elementi tecnici, economici e finanziari, per consentire una valutazione comparativa dell’interesse pubblico".
L’avviso, ha insistito l’assessore, non produce effetti immediati sui territori. "La pubblicazione non comporta l’instaurazione automatica di una procedura competitiva né determina diritti o aspettative giuridicamente tutelate in capo agli operatori economici che parteciperanno. È funzionale esclusivamente a raccogliere contributi progettuali che potranno essere valutati da Arlir e dai tecnici preposti", ha aggiunto.
Da qui il passaggio politico più rilevante: per la Regione, prima di arrivare a una vera procedura di affidamento e agli iter autorizzativi, resterà necessario il coinvolgimento degli enti locali. "La procedura non comporta assunzione di decisioni definitive sulla localizzazione dell’impianto né determina effetti sul territorio. L’avviso raccoglie proposte che saranno successivamente oggetto di valutazione tecnica e di dichiarazione di pubblico interesse, passaggio che precede l’eventuale avvio delle procedure a evidenza pubblica e dei successivi iter autorizzativi", ha chiarito Giampedrone.
"Prima di questi passaggi è necessario l’assenso degli enti locali, oltre al coinvolgimento previsto da tutti i passaggi di legge, che sono quelli di interesse pubblico, urbanistici, ambientali e autorizzativi", ha proseguito l’assessore.
Giampedrone ha poi rivendicato la necessità di chiudere il ciclo dei rifiuti in Liguria, sottolineando i costi che deriverebbero da un mancato impianto regionale. "Chiudere il ciclo dei rifiuti è necessario. C’è chi dice di essere contrario, benissimo, ma allora bisogna dire quale alternativa si propone", ha affermato. "Vuol dire portare i rifiuti fuori regione e continuare a far pagare centinaia e centinaia di euro in più ai liguri, invece che smaltirli qui".
L’assessore ha richiamato anche il confronto con altre realtà italiane già dotate di impianti di questo tipo. "Se non ci sarà nessun consenso in Liguria, decideremo che cosa fare: o applichiamo la norma, andando avanti senza consenso, ma non è quello che vogliamo, oppure faremo un accordo di lungo periodo con un impianto fuori regione, consapevoli però che faremo pagare di più i cittadini liguri e faremo felice un’altra regione", ha detto. "Penso a Brescia, Torino, Piacenza, Parma, città che già ospitano impianti di questo tipo e che potrebbero beneficiare delle 240mila tonnellate di rifiuti della Liguria".
Sulla Val Bormida, Giampedrone ha ribadito che non esiste alcuna scelta già compiuta. "La Val Bormida non è oggetto dei nostri atti se non negli studi propedeutici di Rina. Nelle nostre delibere non è mai citata, così come non sono citate altre zone della nostra regione, perché non si parla di aree ma di capacità di impianti e di proponenti che decidono di ragionare con l’ente su scenari evolutivi per la chiusura del ciclo dei rifiuti", ha concluso.
Le interrogazioni erano state presentate dal Partito Democratico e da Alleanza Verdi e Sinistra. Il Pd, con Roberto Arboscello, Armando Sanna, Carola Baruzzo, Simone D’Angelo, Enrico Ioculano, Davide Natale, Andrea Orlando, Katia Piccardo e Federico Romeo, ha chiesto perché nella Dgr 122 del 2026 non sia stato reintrodotto il requisito della nota di adesione del Comune territorialmente interessato, dopo la conclusione della fase esplorativa precedente.
Avs, con Jan Casella e Selena Candia, ha invece chiesto se la Regione intenda procedere con il progetto anche senza il consenso del Comune dove sarà progettato l’impianto, ricordando le dichiarazioni del presidente regionale Marco Buccisulla possibilità che, in assenza di consenso sulla sede, possa decidere la Regione.
“Ancora una volta affrontiamo la discussione del termovalorizzatore in assenza di dati concreti e verificabili: non c’è alcun approfondimento serio sui numeri che sostengano la tesi della Regione secondo cui il termovalorizzatore sarebbe necessario per la Liguria. Da circa un anno chiediamo una cosa molto semplice: la dimostrazione che i costi di realizzazione e di gestione dei rifiuti in Liguria sarebbero inferiori, o comunque comporterebbero minori ricadute sulle tasse pagate dai liguri se non si usassero impianti fuori regione. Su questo punto non abbiamo ancora ricevuto dati sufficienti per poter ragionare seriamente per valutare altre ipotesi - ha replicato il consigliere regionale del Partito Democratico Roberto Arboscello dopo la risposta alla sua interrogazione - Per quanto ci riguarda, oggi il termovalorizzatore in Liguria non è dimostrato come necessario. Per quanto riguarda la Valbormida, l’indicazione del territorio nell’ambito della manifestazione di interesse, non equivale a una disponibilità reale della comunità locale. Lo dimostra la presa di posizione di tutti i 19 sindaci, compresi quelli di centrodestra, che hanno espresso una contrarietà netta e inequivocabile. E le rassicurazioni di Giampedrone che dicono che nessuno prevede un termovalorizzatore in Valbormida contro la volontà degli amministratori locali, mi ricorda molto la vicenda del rigassificatore: anche allora si partì dicendo che non c’erano decisioni prese, salvo poi arrivare a un percorso già indirizzato, che alla fine si è rivelato fallimentare. Viene da chiedersi se qualcuno abbia consigliato male il presidente Bucci, facendogli credere che la Valbormida fosse disponibile ad accogliere l’impianto in cambio di compensazioni. Perché la posizione assunta da 19 sindaci dimostra esattamente il contrario: chi ha suggerito questa strada evidentemente non conosce il territorio o ha ascoltato solo interessi economici e non le comunità locali”.
Critico anche Jan Casella, che ha chiesto maggiore chiarezza politica sul futuro dell’impianto. "Dobbiamo essere più chiari politicamente, per rispetto dei cittadini. Le aziende non hanno indicato altri luoghi al di fuori della Val Bormida", ha detto il consigliere di Avs. "Il no dalla Val Bormida è arrivato chiaro, perché i sindaci hanno ascoltato i propri cittadini. Chiediamo un atto di coerenza: dite che la Val Bormida non avrà l’inceneritore".














