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Cronaca | sabato 16 aprile 2011, 08:26

ThyssenKrupp: giustizia è fatta, ma i morti non tornano. L'esigenza di sicurezza deve partire dai lavoratori

Intervista a Maurizio Loschi di Medicina Democratica, una delle associazioni che si sono costituite parte civile nel processo

Una sentenza epocale, quella sulla ThyssenKrupp: per la prima volta l’accusa per un infortunio mortale sul lavoro è stata di omicidio volontario con dolo eventuale, ovvero è stata riconosciuta la coscienza, da parte dei responsabili, che avrebbe potuto verificarsi un gravissimo incidente (che infatti si è verificato, con la morte di 7 operai), non avendo assunto tutte le misure necessarie ad evitarlo.
La sentenza è stata esemplare:  16 anni e mezzo per l'amministratore delegato della ThyssenKrupp Harald Espenhahn, 13 anni e 6 mesi  per Gerald Priegnitz, Marco Pucci, Raffaele Salerno e Cosimo Cafuerri, 10 anni e 10 mesi per Daniele Moroni.

Giustizia è fatta, dunque.
Ma, sostiene Maurizio Loschi di Medicina Democratica Savona (l'associazione che a Torino si è costituita parte civile nel processo Thyssen insieme a Comune di Torino,  Regione Piemonte, Provincia di Torino e ai sindacati Fim-Cisl, Fiom-Cgil, Uim-Uilm, Flm-Cub, e che ha ottenuto un risarcimento): “Questa sentenza, indubbiamente significativa, non riporta comunque in vita gli operai morti. E ricordiamo che questo  succede quando deleghiamo ad altri, in primis al padrone, la nostra sicurezza”.

SN: Può spiegarci meglio questo concetto?
LOS:  E’ molto semplice: i lavoratori devono pensare alla propria salute in prima persona. Devono essere parte attiva di tutto ciò che  è sicurezza, prevenzione, salute.
Perché è vero che la legge impone all'azienda di curare questi aspetti, ed è anche vero che l’azienda ha i mezzi per farlo e gli operai no.  Però succede molto, troppo spesso che il padrone, a un certo punto, ritenga “troppo costoso” questo procedimento: allora sono i lavoratori che devono farsi sentire, immediatamente, senza soggiacere ai timori o, peggio, ai ricatti occupazionali.
Quando si rendono conto che qualcosa non va, se si sentono in pericolo, devono essere loro a prendere in mano la situazione e a pretendere le soluzioni.

SN:  Sicuramente vero e, sulla carta, anche semplice: ma nella realtà sappiamo bene che timori e ricatti occupazionali freneranno sempre e comunque il singolo... mentre i sindacati a volte sembrano più interessati al discorso economico che alla salute degli operai.
LOS: Infatti il singolo non può far nulla: occorre l’organizzazione.
E se si vede che anche il sindacato “ufficiale” non fa abbastanza, allora si devono creare altre forze collettive, dal basso, e farsi sentire. Gli operai devono auto-organizzarsi.
Non possiamo pensare che il padrone faccia i nostri interessi: lui farà sempre i suoi.

SN: L'auto-organizzazione dal basso è sicuramente possibile in una industria con migliaia di dipendenti: ma quando si parla di piccole imprese, ma anche medio-grandi, non c’è il rischio di ritrovarsi in quattro o cinque Davide contro una marea di Golia?
Come si può vincere, in queste condizioni?

LOS: La risposta, spesso, sta nel territorio. Dobbiamo capire che non esiste una nocività che rispetta i confini della fabbrica. MAI. Il problema è sempre territoriale.
Se l’industria mette a repentaglio la vita dei suoi dipendenti perché c’è un rischio di incendio, di esplosione, e a maggior ragione quando il problema è legato all’inquinamento (che esce sempre di molto dai confini della fabbrica e a volta interessa svariati chilometri, come ben sappiamo nelle nostre zone), i lavoratori non sono soli, perché è coinvolta tutta la cittadinanza.
Un’esplosione può ferire e uccidere i passanti, l’inquinamento può far ammalare decine di persone: i lavoratori questo dovrebbero tenerlo sempre presente, perché se iniziano una battaglia “anche” per i cittadini che vivono in quella zona, troveranno in loro dei grandissimi alleati. I cittadini non sono ricattabili  né si possono fare grandi pressioni su di loro. Il padrone non è il “loro” padrone. Sono in grado di combattere, e sono in tanti. Si crea una forza difficile da affrontare, anche per il Golia della situazione.
Quando, invece,  i lavoratori restano ancorati al concetto di “salvarsi il posto”, quando soggiacciono ai ricatti e magari si mettono addirittura “contro” la popolazione, si crea una frattura insanabile sulla quale, spesso, i padroni giocano. Si creano le guerre tra poveri: lavoro contro salute, sindacati contro cittadini, ambientalisti contro operai. Questa è la vera, grande arma dei potenti: creare fratture dove potrebbero esserci alleanze “pericolose” per loro, che potrebbero costringerli ad investire in prevenzione e sicurezza.
Ricordiamolo, perché è una verità assoluta: quando una battaglia parte “da dentro” e chiede il sostegno del territorio, il territorio risponde sempre con forza.
Se la battaglia parte da fuori e i lavoratori se ne sentono addirittura minacciati, allora la battaglia diventa difficile e lunghissima: com’è accaduto per l’ACNA, o per Porto Marghera. Come sta ancora accadendo in molte situazioni e in molte parti d’Italia.
Certo, la giustizia è importante. La sentenza Thyssen è una sentenza storica.
Ma i morti non tornano. Pensiamoci sempre, a questo: i morti non tornano”.

v.r.

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