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Economia | 12 ottobre 2026, 07:00

Dalla campana verde alla fornace: il vetro dei liguri torna in Val Bormida

Nel 2025 la Liguria ha raccolto 46,2 chili di imballaggi in vetro per abitante, più della media italiana. Gli impianti che trattano il rottame e i quattro stabilimenti liguri di imballaggi in vetro stanno tutti in provincia di Savona: un distretto nato nel Medioevo ad Altare, che oggi fa i conti con forni, costi delle emissioni e alluvioni.

Dalla campana verde alla fornace: il vetro dei liguri torna in Val Bormida

Bottiglie, vasetti e flaconi finiti nella campana verde, in Liguria, hanno gli impianti che li trattano dentro la regione. Secondo i dati del CoReVe, il consorzio nazionale per il recupero del vetro, diffusi a fine giugno, nel 2025 la raccolta differenziata degli imballaggi in vetro nella regione ha raggiunto 46,2 chili per abitante, contro una media italiana di 40,6. In tutto il Paese è stato avviato a riciclo l'82,1% degli imballaggi in vetro, sopra l'obiettivo europeo del 75% fissato per il 2030, e il consorzio ha riconosciuto ai Comuni liguri e ai gestori circa 4,2 milioni di euro.

Il dato più interessante per l'economia savonese, però, è un altro. I due impianti che trattano il rottame, gestiti da Ecoglass ed Ecolvetro, e i quattro stabilimenti che producono imballaggi in vetro in Liguria, due di Verallia Italia, uno di Bormioli Luigi e uno di Vetreria Etrusca, si trovano tutti in Val Bormida, fra Altare, Carcare, Dego e Cairo Montenotte. Trattamento del rottame e produzione di nuovi contenitori, insomma, stanno tutti nell'entroterra savonese.

Petrus, Nicola e gli statuti del 1495

Il distretto non è nato con l'industria. Atti notarili savonesi citano già due vetrai legati ad Altare: Petrus nel 1178 e Nicola nel 1179, entrambi detti «vitrearius». Nel 1495 furono messi per iscritto i primi statuti dell'Università dell'arte vitrea, la corporazione che regolava diritti e doveri delle famiglie di vetrai: restarono in vigore fino al 1823, quando il re Carlo Felice li abolì.

Già verso la metà del Cinquecento maestri altaresi avevano acceso fornaci in Francia, da Nevers a Rouen, da Lione a Parigi. Dopo l'abolizione degli statuti altri partirono, alcuni fino in Sud America. Nel 1856 i laboratori del paese si riunirono nella Società artistico vetraria, ricordata come la prima cooperativa industriale di produzione in Italia, attiva fino al fallimento del 1978.

Quella storia oggi si visita a Villa Rosa, una palazzina liberty costruita fra il 1905 e il 1906, che ospita il Museo dell'arte vetraria altarese. Nel giardino c'è una fornace dimostrativa, installata nel 2000, dove nelle giornate di dimostrazione i maestri soffiano il vetro davanti al pubblico.

La valle che riempie le tavole

Accanto all'artigianato è cresciuta l'industria del contenitore. La vetreria di Carcare era attiva dal 1942; nel 1962 fu costruito lo stabilimento di Dego, che ne raccolse l'eredità. Quando lo stabilimento di Dego compì cinquant'anni, nel 2012, Verallia spiegava che i due impianti di Dego e Carcare producevano circa il 10% delle bottiglie e dei vasi per alimenti riempiti in Italia. Dego, da solo, contava allora 200 addetti, quasi 400 clienti e oltre 350 modelli di contenitori, soprattutto per vini e spumanti.

Ad Altare lavora invece Vetreria Etrusca, l'azienda toscana che nel 1994 rilevò lo stabilimento portandone la capacità da 30 a 120 tonnellate di vetro al giorno. Nel 2009 il forno fusorio fu demolito e ricostruito, e la capacità salì a 200 tonnellate al giorno. Dalle linee escono contenitori per vino e spumante, distillati, olio, aceto, birra e conserve, in più di mille modelli diversi. Sempre ad Altare c'è lo stabilimento di Bormioli Luigi, circa 250 dipendenti, che produce contenitori da tavola.

Forni, emissioni e alluvioni

Gli ultimi anni non sono stati facili. Nel giugno 2024 la Uiltec Liguria parlava di circa mille posti di lavoro a rischio nelle vetrerie della valle, tra mercati internazionali in difficoltà, guerra in Ucraina e costi delle emissioni. Il sindacato chiedeva infrastrutture: i forni ibridi, quelli che usano anche l'elettricità, hanno bisogno di linee ad alta tensione. Un anno dopo, nel giugno 2025, alla Bormioli di Altare è scattato un mese di cassa integrazione per un massimo di 213 lavoratori, per il calo degli ordini.

Poi è arrivata l'acqua. Fra il 21 e il 22 settembre 2025 a Dego sono caduti 410 millimetri di pioggia in otto ore, 111 in una sola. Gli stabilimenti Verallia di Dego e Carcare sono stati danneggiati e hanno continuato a lavorare a capacità ridotta. L'azienda ha ricordato che si trattava della seconda alluvione di quell'intensità in appena undici mesi.

Vetro o alluminio: la partita dei piccoli formati

Le grandi bottiglie restano il cuore del distretto, ma il confronto fra materiali riguarda anche i flaconi da pochi millilitri. Anche nei piccoli formati il vetro ha il suo mercato, e lo si vede negli scaffali online: tra i prodotti della canapa si trovano oli di CBD da 10 millilitri, venduti in flaconi con il contagocce di vetro.

Il vetro, però, si rompe, e non tutti i piccoli flaconi sono di vetro. Fra i popper, che per etichetta sono prodotti tecnici venduti solo ai maggiorenni, alcuni marchi usano il metallo: in un catalogo online, accanto alle confezioni tradizionali, compaiono popper in flaconi di alluminio da 10 e 24 millilitri, che il venditore presenta come infrangibili.

Per le grandi bottiglie, invece, il vetro resta il materiale del distretto, e il ciclo è questo: la bottiglia che torna dalla campana verde diventa rottame, il rottame torna nei forni e il forno ne ricava una bottiglia nuova. In Val Bormida, del resto, il vetro si lavora da secoli sulle stesse colline: dai vetrai citati negli atti del 1178 ai forni che oggi fondono duecento tonnellate al giorno.

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