Bottiglie, vasetti e flaconi finiti nella campana verde, in Liguria, hanno gli impianti che li trattano dentro la regione. Secondo i dati del CoReVe, il consorzio nazionale per il recupero del vetro, diffusi a fine giugno, nel 2025 la raccolta differenziata degli imballaggi in vetro nella regione ha raggiunto 46,2 chili per abitante, contro una media italiana di 40,6. In tutto il Paese è stato avviato a riciclo l'82,1% degli imballaggi in vetro, sopra l'obiettivo europeo del 75% fissato per il 2030, e il consorzio ha riconosciuto ai Comuni liguri e ai gestori circa 4,2 milioni di euro.
Il dato più interessante per l'economia savonese, però, è un altro. I due impianti che trattano il rottame, gestiti da Ecoglass ed Ecolvetro, e i quattro stabilimenti che producono imballaggi in vetro in Liguria, due di Verallia Italia, uno di Bormioli Luigi e uno di Vetreria Etrusca, si trovano tutti in Val Bormida, fra Altare, Carcare, Dego e Cairo Montenotte. Trattamento del rottame e produzione di nuovi contenitori, insomma, stanno tutti nell'entroterra savonese.
Petrus, Nicola e gli statuti del 1495
Il distretto non è nato con l'industria. Atti notarili savonesi citano già due vetrai legati ad Altare: Petrus nel 1178 e Nicola nel 1179, entrambi detti «vitrearius». Nel 1495 furono messi per iscritto i primi statuti dell'Università dell'arte vitrea, la corporazione che regolava diritti e doveri delle famiglie di vetrai: restarono in vigore fino al 1823, quando il re Carlo Felice li abolì.
Già verso la metà del Cinquecento maestri altaresi avevano acceso fornaci in Francia, da Nevers a Rouen, da Lione a Parigi. Dopo l'abolizione degli statuti altri partirono, alcuni fino in Sud America. Nel 1856 i laboratori del paese si riunirono nella Società artistico vetraria, ricordata come la prima cooperativa industriale di produzione in Italia, attiva fino al fallimento del 1978.
Quella storia oggi si visita a Villa Rosa, una palazzina liberty costruita fra il 1905 e il 1906, che ospita il Museo dell'arte vetraria altarese. Nel giardino c'è una fornace dimostrativa, installata nel 2000, dove nelle giornate di dimostrazione i maestri soffiano il vetro davanti al pubblico.
La valle che riempie le tavole
Accanto all'artigianato è cresciuta l'industria del contenitore. La vetreria di Carcare era attiva dal 1942; nel 1962 fu costruito lo stabilimento di Dego, che ne raccolse l'eredità. Quando lo stabilimento di Dego compì cinquant'anni, nel 2012, Verallia spiegava che i due impianti di Dego e Carcare producevano circa il 10% delle bottiglie e dei vasi per alimenti riempiti in Italia. Dego, da solo, contava allora 200 addetti, quasi 400 clienti e oltre 350 modelli di contenitori, soprattutto per vini e spumanti.
Ad Altare lavora invece Vetreria Etrusca, l'azienda toscana che nel 1994 rilevò lo stabilimento portandone la capacità da 30 a 120 tonnellate di vetro al giorno. Nel 2009 il forno fusorio fu demolito e ricostruito, e la capacità salì a 200 tonnellate al giorno. Dalle linee escono contenitori per vino e spumante, distillati, olio, aceto, birra e conserve, in più di mille modelli diversi. Sempre ad Altare c'è lo stabilimento di Bormioli Luigi, circa 250 dipendenti, che produce contenitori da tavola.
Forni, emissioni e alluvioni
Gli ultimi anni non sono stati facili. Nel giugno 2024 la Uiltec Liguria parlava di circa mille posti di lavoro a rischio nelle vetrerie della valle, tra mercati internazionali in difficoltà, guerra in Ucraina e costi delle emissioni. Il sindacato chiedeva infrastrutture: i forni ibridi, quelli che usano anche l'elettricità, hanno bisogno di linee ad alta tensione. Un anno dopo, nel giugno 2025, alla Bormioli di Altare è scattato un mese di cassa integrazione per un massimo di 213 lavoratori, per il calo degli ordini.
Poi è arrivata l'acqua. Fra il 21 e il 22 settembre 2025 a Dego sono caduti 410 millimetri di pioggia in otto ore, 111 in una sola. Gli stabilimenti Verallia di Dego e Carcare sono stati danneggiati e hanno continuato a lavorare a capacità ridotta. L'azienda ha ricordato che si trattava della seconda alluvione di quell'intensità in appena undici mesi.
Vetro o alluminio: la partita dei piccoli formati
Le grandi bottiglie restano il cuore del distretto, ma il confronto fra materiali riguarda anche i flaconi da pochi millilitri. Anche nei piccoli formati il vetro ha il suo mercato, e lo si vede negli scaffali online: tra i prodotti della canapa si trovano oli di CBD da 10 millilitri, venduti in flaconi con il contagocce di vetro.
Il vetro, però, si rompe, e non tutti i piccoli flaconi sono di vetro. Fra i popper, che per etichetta sono prodotti tecnici venduti solo ai maggiorenni, alcuni marchi usano il metallo: in un catalogo online, accanto alle confezioni tradizionali, compaiono popper in flaconi di alluminio da 10 e 24 millilitri, che il venditore presenta come infrangibili.
Per le grandi bottiglie, invece, il vetro resta il materiale del distretto, e il ciclo è questo: la bottiglia che torna dalla campana verde diventa rottame, il rottame torna nei forni e il forno ne ricava una bottiglia nuova. In Val Bormida, del resto, il vetro si lavora da secoli sulle stesse colline: dai vetrai citati negli atti del 1178 ai forni che oggi fondono duecento tonnellate al giorno.














