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Attualità | 08 ottobre 2021, 11:19

Corteo dei lavoratori Schneider, i sindacati sul piede di guerra: "Stabilimento ha una storia centenaria, chiediamo garanzie per il futuro"

I lavoratori hanno scioperato contro la decisione dell'azienda di vendere il sito situato a Bragno

Corteo dei lavoratori Schneider, i sindacati sul piede di guerra: "Stabilimento ha una storia centenaria, chiediamo garanzie per il futuro"

No alla cessione dello stabilimento. L'azienda deve tornare sui propri passi. Sciopero dei lavoratori della Schneider Electric di Bragno. La manifestazione si è tenuta questa mattina a Cairo Montenotte.

Dopo il concentramento in viale Vittorio Veneto, lavoratori e sindacati hanno sfilato a passo d'uomo per il centro cittadino, passando davanti il comune e in via Roma, fino a raggiungere piazza della Vittoria, dove sono stati ricevuti dalle istituzioni del territorio a Palazzo di Città. Una serrata di otto ore a cui hanno aderito tutti i siti a livello nazionale con due ore di sciopero per ogni turno.

"Questa multinazionale è presente da anni sul territorio - spiega Carlo Gerlo della Uilm - Il nostro stabilimento ha una storia centenaria per quanto riguarda la produzione di trasformatori. Durante la pandemia abbiamo continuato a lavorare, venendo considerati come un codice Ateco essenziale per il paese. Adesso da un momento all'altro, l'azienda ha deciso di vendere lo stabilimento. Non troviamo giusto che questa cosa venga fatta cosi, in poco tempo, e senza nessuna garanzia per il futuro". 

"Ieri eravamo a Bergamo per le prime discussioni - aggiunge Andrea Piumatti della Cgil - Abbiamo bisogno di certezze. Ci sono in gioco 130 posti di lavoro. Tra poco incontreremo le istituzioni del territorio per capire le reali possibilità per un'eventuale ricollocazione del sito. Chiediamo investimenti per continuare a lavorare". 

"La paura è che tutto questo possa ricadere sul futuro dei lavoratori - conclude Gerlo - Con la vendita dello stabilimento passeremo da una multinazionale con oltre 3 mila dipendenti ad un'azienda privata con 30 lavoratori. Al momento non abbiamo avuto contatti con il futuro acquirente". 

Come Fim Cisl Liguria esprimiamo forte preoccupazione per il futuro dei 133 lavoratori e delle loro famiglie, che non possono e non devono essere sacrificati per perseguire esclusivamente logiche di profitto, che rischiano di impoverire ulteriormente un territorio come quello della Val Bormida già pesantemente interessato da crisi storiche che hanno già determinato il riconoscimento di Area di Crisi Complessa per l’intera zona. È inaccettabile apprendere della vendita del polo produttivo di Cairo Montenotte da parte di un grande gruppo come Schneider Electric a mezzo stampa senza aver potuto valutare e condividere insieme e per tempo eventuali soluzioni alternative. La nostra attuale posizione è quella di opporsi strenuamente alla vendita per tutelare le lavoratrici ed i lavoratori che in questi anni hanno contribuito alla produttività ed alla prosperità di tutto il Gruppo Schneider. La mobilitazione di oggi ed il successivo incontro con le Istituzioni hanno voluto evidenziare la necessità di costituire un fronte comune unito per raggiungere l’obiettivo del mantenimento dei posti di lavoro nello stabilimento di Cairo”, spiega Simone Mara, Coordinatore territoriale Fim Cisl Liguria.

Si tratta di un’ennesima brutta pagina di relazioni sindacali sia per metodo che per merito - spiega Simone Pesce, Responsabile Cisl Savona - la tempistica e le modalità con cui sono stati gestiti fino ad oggi l’informazione ed il confronto con il sindacato di categoria territoriale lasciano molti dubbi sulla qualità e sulla trasparenza dei rapporti mentre la soluzione paventata, allo stato attuale, non può che preoccupare per le scarse garanzie in termini di tenuta occupazionale e stabilità produttiva per lo stabilimento. Purtroppo questa vicenda si annovera tra i tanti casi nei quali aziende multinazionali decidono di abbandonare il nostro Paese con scarso confronto – continua il responsabile Cisl Savona -  con motivazioni esclusivamente economiche e senza alcun riconoscimento rispetto ai territori che le hanno ospitate (e, in alcuni casi aiutate) nonché nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori che hanno contribuito per anni al loro successo”.

“Occorre, insieme alle istituzioni e ai vari livelli, approfondire i termini della vertenza per tutelare il patrimonio produttivo e professionale percorrendo tutte le strade possibili (a partire dal recesso dalla decisione dichiarataci dall’azienda di cessione dello stabilimento) ed individuando la soluzione più appropriata per tutte le parti in causa che garantisca continuità produttiva nel tempo ed equivalenti garanzie occupazionali”, conclude Pesce.

Graziano De Valle

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