Il grido di Gaza non conosce confini e in queste settimane ha trovato spazio anche nel cuore di Finalborgo, all’interno della suggestiva Cappella Oliveri, gioiello trecentesco nel complesso monumentale di Santa Caterina con affreschi che raccontano la vita di Maria e la Passione di Cristo.
Qui è stata allestita la mostra Il grido di Gaza – Sculture, dipinti, disegni, incisioni, 1976-2015. Per la Palestina dell’artista iracheno Selim Abdullah, che sarà visitabile fino a domenica 28 settembre, dal martedì alla domenica dalle 15 alle 20.
Un incontro sorprendente e struggente, dove il dolore del popolo palestinese si intreccia con le storie sacre raffigurate sulle pareti della cappella. A dominare lo spazio è l’opera che dà il titolo all’esposizione: Il grido di Gaza (2025, 300x200 cm), tela monumentale che travolge lo sguardo e che l’artista dedica ad Alaa Al-Najjar, pediatra palestinese che nei bombardamenti ha perso il marito e i nove figli. Una Pietà contemporanea, in cui la disperazione delle madri palestinesi si fonde con quella di Maria ai piedi della Croce.
Accanto, altre opere amplificano la forza di questo messaggio: i bronzi Crocefissi in Palestina (2025) e Viandante (2006), presenze simboliche che dialogano con gli affreschi medievali, come l’asinello che rimanda alla Fuga in Egitto. La Palestina sacra e quella ferita di oggi si specchiano l’una nell’altra, raccontando persecuzioni, fughe ed esili.
“Non c’è neutralità in queste opere”, spiega Selim Abdullah, ricordando le notti insonni della Guerra del Golfo, quando nacquero le sue Notti di Gennaio (1991). “A volte l’arte non basta – confessa – la notte dipingo, ma al mattino sono al porto di Genova a manifestare”.
Un’arte che quindi non cerca la bellezza, ma diventa resistenza e testimonianza. Che non accarezza, non consola. È un urlo che squarcia il silenzio degli indifferenti, un monito che ricorda la condanna di Dante verso gli ignavi: le tragedie non nascono solo dai tiranni e gli iracondi, ma dal consenso muto degli indifferenti.
Nel dialogo struggente tra gli affreschi trecenteschi e l’arte contemporanea di Selim, Finalborgo diventa il palcoscenico di una riflessione che va oltre Gaza: ci riguarda da vicino, ci chiama in causa, ci chiede di non voltare lo sguardo.














