vorrei innanzitutto sgombrare il campo da ogni possibile equivoco: questa lettera non nasce dalla simpatia o dall’adesione ad alcuna corrente politica. Non è un pamphlet ideologico, né un tentativo di strumentalizzazione partitica. È, più semplicemente, la denuncia di uno stato delle cose. E lo stato delle cose, per quanto abbiamo avuto modo di constatare personalmente, è a dir poco vergognoso e allarmante.
Sabato scorso accompagno mia moglie al Pronto Soccorso di un ospedale del territorio, a causa di un dolore atroce localizzato alla bocca dello stomaco. Viene effettuato un elettrocardiogramma e, una volta escluse complicazioni di natura cardiologica, viene dimessa.
Il giorno successivo, domenica, trovandoci nel Ponente ligure e considerato il persistere, anzi l’aggravarsi, del dolore, ci rechiamo al Pronto Soccorso dell’Ospedale Santa Corona. Dopo circa due ore di attesa, senza che fosse stato neppure effettuato il triage, ci viene comunicato che i tempi si sarebbero ulteriormente dilatati e, di fatto, ci viene suggerito di non attendere.
Comprendiamo perfettamente il problema della forte affluenza dei fine settimana, così come comprendiamo che il Ponente ligure, soprattutto nei periodi di maggiore presenza turistica, debba sostenere una pressione considerevole sulle proprie strutture sanitarie. Eppure, comprendere non significa necessariamente accettare l’inaccettabile.
Lunedì, all’ora di pranzo, il dolore raggiunge un livello tale che mia moglie non riesce nemmeno a respirare adeguatamente. A quel punto non abbiamo più alternative: chiamo un’ambulanza e viene nuovamente accompagnata al Pronto Soccorso del San Paolo. Ed è qui che si raggiunge, a mio avviso, l’apoteosi di una situazione che definire paradossale sarebbe persino riduttivo.
Dopo dodici ore, trascorse in sala d’attesa, mia moglie viene finalmente visitata e dimessa con una prescrizione per una gastroscopia, finalizzata ad accertare una possibile ulcera peptica attiva, unitamente alla prescrizione di un analgesico e all’indicazione di effettuare l’esame entro dieci giorni. Un’indicazione apparentemente ragionevole, se non fosse che, nella sanità pubblica ligure, ottenere una gastroscopia in tempi compatibili con tale prescrizione sembra, nella realtà dei fatti, un’impresa quasi impossibile. I tempi di attesa ordinari possono infatti arrivare a settimane, se non a diversi mesi.
Ed è proprio qui che nasce la domanda più scomoda. Se attraverso il Servizio Sanitario Pubblico mi viene indicato che un esame deve essere effettuato in tempi brevi, ma poi il medesimo sistema non è in grado di garantirmi, cosa dovrebbe fare una persona? Aspettare mesi, nonostante una prescrizione che indica tempi molto più stringenti? Oppure ricorrere alla libera professione, dove, come spesso accade, quei tempi d'attesa sembrano improvvisamente ridursi drasticamente? È difficile non cogliere la contraddizione: nel sistema pubblico si attende, mentre pagando si accede molto più rapidamente alla medesima prestazione.
E allora vorrei porre una domanda, senza alcuna appartenenza politica e senza alcuna pretesa ideologica: è questa la direzione verso cui stiamo andando? Stiamo progressivamente trasformando il diritto alla salute in una prestazione il cui grado di tempestività dipende dalla capacità economica della persona ? È questo il modello di sanità che intendiamo costruire? Una sanità sempre più orientata al mercato, nella quale il servizio pubblico non riesce più a garantire nei tempi necessari ciò che esso stesso prescrive, lasciando al cittadino la possibilità — per chi può permetterselo — di colmare privatamente le proprie lacune? Perché, se questa è la direzione, sarebbe quantomeno doveroso avere il coraggio di dirlo apertamente.
Nel frattempo, però, mia moglie continua ad avere dolore. Un dolore che persiste e che limita in maniera significativa la sua quotidianità, mentre noi ci troviamo davanti a una prescrizione che indica una tempistica precisa e a un sistema che, almeno apparentemente, non sembra in grado di rispettarla. Chiedo semplicemente che il diritto alla salute non rimanga una dichiarazione di principio.
Perché dietro ogni numero sulle liste d’attesa, dietro ogni statistica, dietro ogni percentuale sull’efficienza del sistema sanitario, ci sono persone che hanno dolore, paura e bisogno di risposte.
E quando una persona malata viene lasciata per dodici ore in una sala d’attesa, dopo essere già stata due volte in Pronto Soccorso, e successivamente riceve l'indicazione di effettuare un esame in dieci giorni che rischia concretamente di non poter ottenere nel servizio pubblico entro quel termine, allora forse non siamo più di fronte a una semplice inefficienza.
Siamo di fronte a una questione che riguarda la dignità stessa del servizio sanitario e, prima ancora, la dignità del cittadino.
La domanda finale, dunque, è tanto semplice quanto inquietante: che fine faremo?
A voi, e a chi ha la responsabilità di organizzare la sanità, la risposta.
Lettera firmata














