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Cronaca | 28 marzo 2020, 13:12

Una famiglia del comprensorio ingauno: "Noi, bloccati in Perù, non sappiamo quando torneremo a casa"

Lui italiano, lei ecuadoriana, con al seguito un genitore per ciascuno: "Stiamo tutti bene, ma la situazione qui è complicata"

Una famiglia del comprensorio ingauno: "Noi, bloccati in Perù, non sappiamo quando torneremo a casa"

Una coppia dell’entroterra ingauno, conosciuta, stimata, benvoluta. Periodicamente la famiglia si reca in Ecuador a far visita ai parenti di lei. Stavolta, però, è proprio il caso di dire che il Coronavirus “ci ha messo lo zampino”.

“Noi stiamo bene, ma siamo bloccati qua e la situazione al momento è complicata, non abbiamo idea di quando riusciremo a tornare a casa, in Liguria”, racconta lui, in contatto con Savonanews attraverso i social network.

Abbiamo chiesto al marito (ovviamente tutelando la privacy dell’intero nucleo familiare) di raccontarci la vicenda nei dettagli. Ecco, qui di seguito, come sono andate le cose.

“Siamo una coppia Italo-Ecuadoriana, con noi mio padre, italiano di 78 anni, e il padre di mia moglie, ecuadoriano.

Siamo arrivati in Ecuador il 3 febbraio, quando in Italia si registravano i primissimi contagi. In Sud America dopo un paio di settimane si iniziavano a contare i primi infettati, tutti provenienti dall'estero, in particolar modo da Italia e Spagna. All'inizio di marzo decidiamo di venire in Perù per alcuni giorni, quando inaspettatamente arriva la decisione del governo Ecuadoriano di chiudere le frontiere, lasciando, per il rientro, una finestra di 1 giorno per i cittadini stranieri e di 48 ore per i cittadini ecuadoriani.

Un lungo viaggio di 16 ore per raggiungere la frontiera ma già alle 11, 13 ore prima della chiusura prevista, non lasciavano più entrare gli stranieri; noi, seppur giudicati sani da due visite mediche, in frontiera, a carico di entrambe le nazioni confinanti. Rientriamo in Perù. Arrivati in albergo, la sera stessa, apprendiamo dai media che il Perù ha predisposto la chiusura delle frontiere, in entrata e uscita, e il fermo di tutte le attività dal giorno successivo.

Ed eccoci qui, bloccati a Mancora, una delle più apprezzate località turistiche del Perù, sulla Costa del Sol, nel nord del paese, in hotel, a meno di 100 metri dal Pacifico, senza nemmeno riuscire a vederlo, ma cullati costantemente dal rumore delle onde. Abbiamo contattato l'ambasciata italiana in Perù, a Lima sia telefonicamente la notte stessa, appena appresa la notizia della chiusura delle frontiere, sia per email.

Al telefono le risposte sul da farsi sono state vaghe, solo alcuni "consigli": inviare una mail con i nostri dati, farci mandare soldi da casa, aspettare gli sviluppi della situazione... Peccato non aver registrato la telefonata! Inviata la mail, la risposta è stata che per ora stavano rimpatriando chi aveva un volo di rientro entro il 15 aprile. Dopodiché nessuna comunicazione, non siamo stati nemmeno avvisati di quando, con altra misura, il Governo peruviano ha stabilito data ultima dei voli umanitari per il rientro degli stranieri.

Al tg locale intervistarono parecchi viaggiatori di nazionalità diverse che riportavano di aver ricevuto comunicazioni dalle loro rispettive ambasciate. Abbiamo scritto all'Ambasciata di Italia in Ecuador e all'ambasciata Europea in Perù, ed entrambe hanno risposto di rivolgerci all'Ambasciata italiana a Lima. Rimarremo qui a oltranza, anche perché mia moglie, seppur con visto illimitato, non essendo cittadina italiana, per ora non può rientrare Italia”.

Qual è la situazione in Perù e in Ecuador?

“Bisogna fare una premessa e considerare che in entrambi i paesi gli stili di vita sono molto differenti dall'Italia e che la vita e il commercio al dettaglio si svolgono principalmente per strada e in mercati con grande contatto fisico. Inoltre l'infrastruttura sanitaria pubblica non è certo paragonabile a quella italiana. Detto questo in entrambi i paesi il numero dei contagiati è contenuto (quasi 1700 casi in Ecuador e poco più di 600 in Perù).

Le misure adottate sono stare da subito molto restrittive: chiusura di tutte le attività ad eccezione di alimentari e farmacie con possibilità di uscita per 1 solo familiare alla volta. I trasporti pubblici sono fermi. Coprifuoco dalle 20 alle 5.

Le misure sono state irrigidite ulteriormente: in Ecuador l'accesso ai mercati è limitato a solo 1 giorno alla settimana, in base all'ultimo numero della cèdula (la carta di identità) se è 1 o 2 lunedì, 3 o 4 martedì etc.. La circolazione veicolare è limitata allo stesso modo secondo l'ultimo numero di targa.

Nelle zone più colpite il coprifuoco inizia alle 14 fino alle 5 del mattino. In Perù le misure sono simili, nei mercati l'accesso è interdetto a minori e anziani, ed è limitato alla sola mattina. Il coprifuoco (toque de queda, in spagnolo) è gestito dai militari, sono anche stati richiamate le leve volontarie degli ultimi 3 anni). Il polso è fermo! Chi non rispetta le regole incorre nell'arresto e in multe pari a 6 mesi di uno stipendio medio. Da quando è iniziato il "paro", ovvero il fermo, sono state arrestate oltre 21mila persone.

Nelle province a nord del paese, dove siamo noi, sì sono registrati in media più arresti che in altre e con l'allungamento di altri 13 giorni di fermo, ieri, sono state introdotte misure più restrittive con il coprifuoco dalle 16 fino alle 5 del mattino. Il governo comunica quasi quotidianamente con la cittadinanza con conferenze stampa in diretta con l'esecutivo al completo e ogni ministro rende note le informazioni di propria competenza. Il governo ha predisposto un aiuto per quasi 3 milioni di famiglie pari al 30% di uno stipendio medio, per i primi 15 giorni di fermo, per i 13 successivi sarà erogato un ulteriore contributo non ancora definito. L'aiuto viene accreditato direttamente sui conti bancari, chi non ne è in possesso può andare su sito apposito e inserendo il suo numero di DNI (la carta di identità) può vedere quando può ritirarlo allo sportello”.



Alberto Sgarlato

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