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Attualità | 18 ottobre 2020, 10:30

La Fiaba della Domenica: "La Sfinge"

Oggi ci immergiamo nella vita quotidiana di un paese detto "Mistero"

La Fiaba della Domenica: "La Sfinge"

C'era una volta un antico paese, un ridente borgo di pietra lavica scavato dal tempo e dagli uomini. Quel paese si chiamava Mistero e i suoi abitanti erano tutto fuorché misteriosi.

Ognuno sapeva tutto di tutti, ciascuno era in grado di spiegare a un eventuale forestiero che passasse di là le caratteristiche di ogni abitante e della sua casa nei minimi dettagli. Ci si conosceva molto a fondo, le parentele erano fortemente intrecciate e l’armonia regnava sovrana tra la quiete del borgo e le tempeste del cielo. E già, perché il clima, a Mistero, non era proprio clemente: spesso pioveva, nevicava, tirava un gelido vento e gli abitanti dovevano stringersi nei grigi e pesanti pastrani di lana per far fronte al freddo pungente e alla pioggia battente. Ma, clima a parte, tutto era fiorente e gradevole a Mistero: l’economia del paese, basata sulla ricca produzione della famosa patata di Mistero e sul commercio di essa, era molto dinamica e portava benessere agli abitanti, l’ordine regnava sovrano nel sovrano rispetto del re Clodoveo, sovrano pro tempore, ma da lungo tempo sul trono, i rapporti umani erano improntati a solidarietà, ascolto, reciproca stima. Insomma tutto andava per il meglio nella promessa di un benessere senza fine.

Ma c’era un problema. Quello legato alle vie di comunicazione.

E sì, perché Mistero era un grigio paese lavico molto fiorente situato sulla sommità pianeggiante del Monte Durazzo, tutto circondato da campi di patate coltivate in ogni luogo sulle pendici scoscese, così come nelle terrazze ricavate con fatica sui degradanti pendii. E quindi, per scendere a valle a commerciare le preziose patate, fonte di vita e di ricchezza per gli abitanti di Mistero, si doveva percorrere un bel tratto in discesa, comodo e assolato, culminante nella piana di Rutto, dalla quale poi, comodamente, si raggiungevano tutte le città della zona.

E allora, qual è il problema? Direte voi.

Bastava scendere con i carri e con i buoi per la comoda tratta carichi delle preziose patate, per poi ritornare a sera a Mistero, salendo vuoti di merce ma pieni di soldi.

E’ così semplice! Qual fortuna maggiore!

E no, non era proprio così semplice, non era davvero così lineare la faccenda dei viaggi.

E sapete perché? Perché proprio a metà della via in discesa, quando ormai in lontananza si vedevano i bagliori delle grandi città distese sulla piana di Rutto, quando già il presagio di lucrosi commerci faceva brillare gli occhi degli uomini e il presagio di una lunga sosta sulla mangiatoia zeppa di biada faceva accelerare i buoi, ecco che si stagliava, dietro l’unica curva della strada, l’inquietante figura di lei, la Sfinge, il guardiano del faro, l’esattore della mente, il casellante dei desideri.

E la Sfinge impediva il passaggio, bloccava l’accesso, spaventava i buoi così come gli uomini con il suo sorriso antico e selvaggio

E sorridendo pensava e pensando prolungava l’attesa, per ore, per giorni, fino a quando, con voce roboante e infernale, emetteva un quesito strano e difficile, misterioso e insensato, senza la risposta al quale non consentiva il passaggio.

E così, quasi sempre, in assenza di risposta o con risposte sbagliate al demoniaco indovinello, i carri zeppi di patate dovevano fare dietro-front, risalire la china con immane fatica, tornare a Mistero, per poi percorrere tutto il crinale dei monti e ridiscendere dal versante opposto sotto la sferza della tempesta, per poi aggirare la base della montagna e infine giungere alla piana di Rutto.

Ma, nel frattempo, le patate potevano marcire, i carri sfasciarsi, i buoi stendersi nella morte della fatica e gli uomini perdersi nella nullità del loro misero sapere.

E sì, perché i quesiti della Sfinge avevano il potere di far sentire gli uomini miseri, deboli di fronte a una forza misteriosa e superiore, e poveri di fronte alla radice di tutti i mali, l’ignoranza.

E sì, perché i quesiti della Sfinge afferivano a un sapere profondo eppur semplice, a una conoscenza del mistero della vita a cui gli uomini rispondevano con l’unica forza della loro debole ragione, con l’unica esperienza dei loro miseri interessi, con l’unico fine dettato dalle loro parziali sensazioni.

E la Sfinge andava oltre, andava in quel profondo mistero che caratterizza la nascita di ogni bambino, fatto così e non così, in quel limbo sfuocato che consente al cuore di vivere con gioia l’apparire del giorno che squarcia la notte, così come la coperta ovattata del buio che copre la luce.

E quando, invariabilmente, gli uomini al passo non sapevano rispondere al quesito, la Sfinge si adombrava e, corrucciata come se piangesse, impediva l’accesso con uno sguardo che bastava da solo a non far osare il passaggio.

Solo un uomo era in grado di rispondere con facilità ai mefistofelici quesiti della Sfinge: Carletto.

Carletto era un giovane di bell’aspetto e di belle speranze, né troppo grasso né troppo magro, né troppo alto né troppo basso, figlio di Aristeo e Solimena, due poveri contadini rapiti troppo giovani da un fulmine funesto dopo una vita di stenti e di passione, ove dagli stenti era nata la saggezza e dalla passione era nato Carletto.

Quando i genitori morirono, attratti dalla brutale bruciatura, Carletto aveva solo otto anni; venne così allevato dal nonno Callisto, detto “Fola”, perché aveva l’abitudine, dopo un bicchiere di vino, di raccontare una fiaba ovunque si trovasse, per strada o alla taverna, con chiunque si trovasse, con nobili e maniscalchi così come con villici e arciduchi.

E allo stesso modo, ogni sera, ma proprio tutte le sere, Callisto, prima che Carletto si addormentasse, raccontava al giovane nipote una fiaba che portava buoni sogni e buona speranza. E così Carletto cresceva, coltivando le patate del nonno così come i suoi sogni, ascoltando la voce del cuore così come le fiabe del nonno, con il succedersi dei giorni e delle notti così come con l’avvicendarsi delle stagioni che portavano il gelo come la calura, le nascite come le morti, i dilemmi come lo sciogliersi dei nodi.

Non appena Carletto fu in grado di viaggiare da solo, anche lui venne inviato dal nonno verso la piana di Rutto con il suo carico di patate da portare in città.

Ovviamente tutti gli abitanti di Mistero lo avvertirono a riguardo della Sfinge: sarebbe stato inutile avviarsi sulla strada maestra, la Sfinge avrebbe bloccato il passo anche a lui, era molto meglio, con fatica e pazienza, come facevano ormai tutti, aggirare l’ostacolo risalendo il crinale dei monti per poi scendere dall’altro versante.

Certo, la fatica era immane, l’esito incerto, la strada lunga e impervia, ma d’altronde affrontare la Sfinge significava raddoppiare tutto ciò.

Ma Carletto era fiducioso, egli sentiva nel profondo del cuore di potercela fare ad affrontare la Sfinge, di poter accontentare la sete d’incontro di quella creatura mesta e inconsueta, affascinante e misteriosa.

Giovane incosciente e scellerato, direte voi! Come dissero i compaesani di Carletto, che lo tacciarono di folle, presuntuoso, testa leggera e così via andar dicendo.

Tutto sommato, il nonno era come sospeso, sospendeva il giudizio, non propendeva né per la strada della Sfinge, la quale se avesse negato il passaggio a Carletto avrebbe dato a lui una forte delusione, né per la strada dei monti che, se avesse presa quest’ultima, Carletto avrebbe sconfitto i suoi sogni.

E Carletto decise: al diavolo i compaesani, stolidi e stolti, pavidi e stupidi, superstiziosi e privi di personalità, lui, Carletto, avrebbe affrontato la Sfinge, l’avrebbe guardata dritta negli occhi e avrebbe risolto il mistero di turno, per poi portare alla vendita il suo carico di patate.

La partenza, la prima partenza di Carletto, divenne un evento: la banda, i reali, i notabili, i giullari, tutti protesi verso Carletto. Ma, sarebbe meglio dire, tutti protesi contro Carletto, tutti a gufare, tutti a sperare di vederlo sconfitto e scornato, impaurito e affannato di fronte all’imponenza nubiana della Sfinge.

Tutti meno due, tutti meno il nonno e la principessa Tintilla, la figlia del re.

E Carletto partì, fra i frizzi e i lazzi, tra i finti scongiuri e veri spergiuri, con il batticuore ed il sole in fronte, con la sfrontatezza della gioventù e l’incertezza dei giovani, con la fiducia dei puri e la paura dei semplici.

La giornata era bella, la calura non era opprimente, i buoi ben pasciuti e le patate ben tonde: tutto spingeva al meglio e Carletto era ansioso di vendere il carico per poi portare al suo nonno il meritato ricavo.

E cammina, cammina, cammina, la discesa facile superata, ecco la prima curva, ecco la Sfinge! Un enorme corpo di bestia con un’afflitta testa di donna si parò davanti al carro di Carletto e tuonò con voce antica: << Dove credi di andare, giovane impavido? Non ti ho mai visto, forse non sai che io sono la signora del percorso? Forse non sai che può passare solo chi soddisfa la mia sete d’immenso?>>

<<Mi hanno informato, o mia signora>>, disse un impaurito Carletto, <<ma mi avevano detto che dovevo avere paura, mentre io sono solo ansioso di soddisfarla! Mi hanno detto che lei propone impossibili farse, io però credo che lei ponga i quesiti dell’anima>>, proseguì un franco Carletto.

<< E poi son certo che lei vorrà favorirmi, perché io sono novizio>>, concluse un tenero Carletto.

<< Può darsi>>, riprese la Sfinge, <<può darsi che io possa vederti, può essere che io possa sentirti, può darsi che tu possa aiutarmi, o giovane semplice, può darsi che lo sguardo mi incontri>>.

Infatti Carletto, da quando la Sfinge era apparsa, non aveva mai staccato i propri occhi dai suoi, il suo sguardo era fermo in quelli di lei, ogni parola era detta con gli occhi.

<<E ora il quesito!>>, tuonò ancora la Sfinge con voce che avrebbe fatto tremare chiunque.

<<Chi è l’alba, chi è il tramonto, chi non teme il mio confronto, chi già tutto ha perduto ma la gioia ha ricevuto, chi non sa ancora niente ma è tutt’altro che demente, chi ha il cuore nella mente e di nero proprio niente, chi se pensa al suo futuro sa che deve tener duro, chi ha negli occhi una ragazza che lui vede dalla piazza, chi se sta a me vicino non si sente un piccino, chi se tornerà alla meta le sue mani saran seta, chi protegge un gran tesoro che non è di certo l’oro?>>

Carletto, non appena la Sfinge ebbe terminato, profferì di getto la risposta :<< Io, sono io, Carletto!>>.

La Sfinge, come per magia, si profuse in un ampio sorriso e più sorrideva e più piangeva e più piangeva e più si vedeva che era felice.

E, spostandosi per cedere il passo, disse :<< Bravo Carletto, hai risolto il quesito, passa pure con il tuo carico e vieni a trovarmi quando vuoi!>>.

Carletto, non dimenticandosi di ringraziare e di salutare, spinse i buoi verso l’ambita meta del commercio in città.

E da quella volta fu sempre così.

Era un rito, sempre lo stesso. La Sfinge, corrucciata, poneva l’indovinello a cui Carletto facilmente rispondeva, e poi la Sfinge felice e piangente di gioia che spostava il corpo da belva per far passare il ragazzo.

Chiaramente la notizia si sparse a Mistero tra l’incredulità e l’invidia della gente.

Loro, tutti gli abitanti del paese, costretti a valicare le montagne in un impervio e defatigante tragitto, dal quale, peraltro, alcuni non erano neppure tornati, sopraffatti dalla fatica e dalle intemperie, e Carletto che, ogni settimana, portava le sue patate al mercato tornando indietro carico di soldi, senza fatica e con un rapporto di amicizia con la temuta Sfinge!

Ormai l’invidia, la rabbia, la fatica, la difficoltà a vendere le patate e a trarne profitto, la carestia conseguente stavano gettando nella rovina e nell’anarchia il paese di Mistero.

La fame mordeva, provocando furti e uccisioni, la rabbia esplodeva con tumulti sedati a fatica nel sangue dalla guardia reale.

Già il re, il re Clodoveo! Che faceva costui?

Nulla, non sapeva che fare, un po’ inetto, un po’ oggettivamente sopraffatto dagli eventi.

Per fortuna che c’era Tintilla, sua figlia, la principessina.

Tintilla, da sempre innamorata del giovane villico che era sempre in prima fila ai discorsi del re suo padre, di quello spavaldo ragazzo che applaudiva più forte il regale corteo, ebbe l’idea vincente.

<< Babbo caro, mio re, il paese è allo sfascio, i sudditi allo sbando e Carletto, lui solo, ha abbondanza e ricchezza! Nomina Carletto corriere regale, così, oltre alle proprie patate, potrà portare in città anche quelle di tutto il regno, ridonando floridezza e benessere a tutti noi!>>

L’idea era semplice, ma vincente.

Detto fatto, Carletto fu convocato a corte, insignito del sigillo reale e quotidianamente cominciò a portare le patate del regno in città.

La Sfinge fu entusiasta di poter porre ogni giorno un indovinello a Carletto: tra i due, l’immonda, altera, tenera creatura diversa e il giovane impavido e semplice, si stabilì così una vera amicizia, quell’amicizia profonda basata sull’accettazione della diversità e sul rispetto dell’anima altrui.

Mancavano solo le nozze: Tintilla propose al re suo padre di voler sposare il salvatore della patria.

Il re, sdegnato e burbero per la dissacrante proposta della figlia, disse gioiosamente di sì.

La Sfinge fu il testimone di nozze e pose il seguente indovinello :<< L’erede che presto nascerà sarà femmina o maschio?>>

Tratto da: "Le fiabe per... affrontare la solitudine (un aiuto per grandi e piccini)", di Elvezia Benini e Giancarlo Malombra, collana "Le Comete", Franco Angeli Editore. 

GLI AUTORI:

Elvezia Benini, psicologa, psicoterapeuta a orientamento junghiano, specialista in sand play therapy, consulente in ambito forense, già giudice onorario presso la Corte d'Appello di Genova. Autrice di numerose pubblicazioni a carattere scientifico.

Cecilia Malombra, psicologa clinica, specializzanda in criminologia e scienze psicoforensi, relatrice in convegni specialistici per operatori forensi e socio-sanitari. Autrice di pubblicazioni a carattere scientifico.

Giancarlo Malombra, giudice onorario presso la Corte d'Appello di Genova sezione minori, già dirigente scolastico, professore di psicologia sociale. Autore di numerose pubblicazioni a carattere scientifico.

Associazione Pietra Filosofale

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La “Filosofia dell'associazione” è quella di ridare vita al "Cantiere" in una nuova forma e in un nuovo spazio, ma con lo stesso intento di progettare e costruire "mezzi" speciali, per poter viaggiare con l'immaginazione, strumento di fondamentale importanza per creare spazio e tempo migliori in cui vivere.

L'Associazione vuole favorire l'alchimia di differenti linguaggi, promuovendo spazi di arte, cultura e spettacolo, convogliando le energie nascoste, rintracciando il messaggio archetipico attraverso la narrazione, tentando di recuperare i meandri del proprio Sé, per creare momenti di incontro, scambio e ascolto e per gioire dell'Incanto della Vita. L'aspetto narrativo si è già concretizzato nel 2016 attraverso l'esperito Concorso letterario sulla fiaba; la fiaba è metafora di vita: se il suo linguaggio è ricco e articolato, anche la vita, di conseguenza, sarà ricca e articolata, capace, come per i personaggi delle fiabe, di conservare una nicchia di libertà che faccia considerare l'alterità, l'altro, come un patrimonio da tesaurizzare. L'intento è quindi quello di compiere il “varo” di un “Festivalincantiere” quale contenitore di numerose iniziative, in primis il recupero del concorso letterario sulla fiaba, per poter consentire di viaggiare con l'immaginazione, strumento di fondamentale importanza per creare uno spazio e un tempo migliori in cui vivere e per offrire al Comune l'ampliamento della propria visibilità culturale sia a livello locale sia nazionale e oltre.

«I luoghi hanno un'anima. Il nostro compito è di scoprirla. Esattamente come accade per la persona umana.» scrive James Hillman

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Pedagogia della fiaba

La fiaba è metafora di vita: se il suo linguaggio è ricco e articolato, anche la vita, di conseguenza, sarà ricca e articolata, capace, come per i personaggi delle fiabe, di conservare una nicchia di libertà che faccia considerare l'alterità, l'altro, come un patrimonio da tesaurizzare e non come un competitor o peggio come un diverso stigmatizzabile in minus da omologare coercitivamente.

"L'aspetto linguistico così intenso ed evocante contesti e costrutti, spesso caduti nell'oblio, è il necessario contenitore, è la pelle del daimon che consente a ciascuno di riappropriarsi di conoscenza e di dignità, ricordando a tutti e a ognuno che l'ignoranza è la radice di tutti i mali". (Giancarlo Malombra in "Narrazione e luoghi. Per una nuova Intercultura", di Castellani e Malombra, Ed Franco Angeli).


















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