Il tetto del 30% degli alunni stranieri nelle classi, le difficoltà legate alla conoscenza della lingua italiana, il rischio di ghettizzazione e il tema del burqa e del niqab. Il dibattito sulla scuola a Savona si arricchisce della replica di Roberto Besio, consigliere di maggioranza, che interviene sulle posizioni espresse da Scaramuzza (LEGGI QUI) e mette nel mirino soprattutto l'idea che una quota numerica possa essere la risposta alle criticità che si registrano nelle aule.
Sul tema del tetto del 30%, Besio sottolinea innanzitutto la questione del diritto all'istruzione: "Non è una questione di razzismo, è una questione di diritto. Il tetto del 30% esiste già dal 2010 come da circolare Gelmini e non è mai stato applicato perché nei fatti impossibile - esordisce Besio - Non puoi negare l'iscrizione a un bambino residente a Savona perché la sua classe ha già raggiunto la quota. L'art. 34 della Costituzione, ricordato ieri dal Presidente Mattarella, dice 'La scuola è aperta a tutti'. Una circolare non può superare la Costituzione. Il buon senso è dare risorse, non percentuali".
Il consigliere affronta poi uno degli argomenti più delicati del confronto: quello delle difficoltà didattiche quando una parte consistente degli studenti non possiede un'adeguata conoscenza della lingua italiana. "Questo è un problema vero e lo viviamo anche noi tutti i giorni quando entriamo in aula - continua - Ma la soluzione non è spostare il problema in un'altra classe o in un'altra scuola. La soluzione è quello che manca da almeno 15 anni: insegnanti di italiano L2, mediatori, compresenze tra docenti. Come ha detto Mattarella ad Amatrice, la scuola deve 'includere, recuperare, ricostruire'. Senza ore aggiuntive, cambiare l'aula al bambino non gli insegna l'italiano".
Besio respinge quindi anche l'affermazione secondo cui chi sostiene posizioni diverse non avrebbe esperienza diretta della realtà scolastica: "Noi in aula ci entriamo ogni giorno, con educatori e ragazzi con disabilità e con background migratorio. Sappiamo che insegnare è più difficile ogni anno per mille motivi. Proprio per questo sappiamo che la scorciatoia del numero non aiuta l'insegnante. Quello che aiuta è un secondo insegnante in classe, un laboratorio linguistico, un patto con le famiglie. Chiamare 'propaganda' chi chiede strumenti è svilire il lavoro dei docenti".
Il punto centrale della replica riguarda poi il rapporto tra integrazione e distribuzione degli studenti. Condividendo l'importanza dell'apprendimento della lingua italiana, il consigliere contesta però che il raggiungimento di questo obiettivo possa passare dalla separazione degli alunni. "Siamo d'accordissimo che l'integrazione passa dalla lingua - dice -. Ma l'italiano non si impara isolandosi. Si impara stando insieme ai compagni italiani. Se per rispettare il 30% devo prendere 10 bambini stranieri da una scuola di Savona e portarli con un pulmino in un'altra, creo esattamente quello che Scaramuzza dice di voler evitare: un ghetto viaggiante. L'integrazione è stare insieme, non distribuire a tavolino".
L'altro passaggio toccato da Besio riguarda quindi l'ipotesi di vietare a scuola l'utilizzo di burqa e niqab. E lo fa spostando il tema sul terreno educativo e sull'obiettivo di mantenere il rapporto tra scuola, studente e famiglia: "La scuola forma cittadini liberi ed eguali, verissimo. Ma la libertà si forma con l'educazione, non con un divieto di abbigliamento, dato per assodato che ci entra a scuola deve essere riconoscibile. Una ragazzina che arriva velata a scuola è una ragazzina che intanto è arrivata a scuola. È lì, possiamo parlarci, lavorare con lei e con la sua famiglia. Se per un divieto non entra più, l'abbiamo resa davvero invisibile. E quella è la sconfitta dell'integrazione".
Nel merito invece della concentrazione degli alunni stranieri nelle stesse classi o negli stessi istituti, Besio riconosce l'esistenza del fenomeno, ma ne attribuisce le cause anche a fattori territoriali e socioeconomici. "Anche qui, diagnosi giusta, ma cura sbagliata - continua - La concentrazione è un problema reale a Savona, soprattutto in certi quartieri o nei corsi per adulti, come altrove. Ma non è colpa delle famiglie straniere, è effetto della residenza e del costo degli affitti. La risposta non è un tetto numerico, è portare più risorse, più tempo pieno e più attività di comunità proprio nelle scuole più esposte. Come dice Mattarella, la scuola deve 'superare i muri della diffidenza', non alzarne di nuovi con le quote".
In conclusione, Besio torna sul nodo politico della discussione e ribadisce che, a suo giudizio, la questione non può essere risolta attraverso una semplice soglia numerica. "La sinistra non ha risolto i problemi, ma nemmeno una circolare del 2010 riciclata li risolve. Chi lavora nell'inclusione lo sa: servono meno slogan e più strumenti concreti e risorse umane nelle classi" chiosa.














