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Attualità | 06 novembre 2026, 07:43

PFAS nell'acqua a Borgio e Pietra, caccia alle origini dell'inquinamento: riaffiorano le vicende ambientali (e giudiziarie) degli anni '90

Oggi le indagini di Arpal e Procura, oltre trent'anni fa la mobilitazione su attività illecite legate allo smaltimento dei rifiuti con l'impegno, tra gli altri, degli allora consiglieri regionali Genta e Marengo

PFAS nell'acqua a Borgio e Pietra, caccia alle origini dell'inquinamento: riaffiorano le vicende ambientali (e giudiziarie) degli anni '90

L'emergenza PFAS che dal 23 settembre a Borgio Verezzi e dal 13 ottobre a Pietra Ligure sta impedendo ai cittadini di utilizzare l'acqua della rete come potabile continua a sollevare interrogativi. Accanto alla ricerca di soluzioni per superare la criticità, resta infatti da chiarire un aspetto fondamentale: da dove arriva la contaminazione delle falde acquifere?

Su incarico della Regione, Arpal ha avviato un'indagine per ricostruire a ritroso il possibile percorso dell'inquinamento e individuare le aree dalle quali potrebbe avere avuto origine. Le verifiche interessano anche i territori limitrofi, dove in passato hanno operato insediamenti potenzialmente in grado di incidere sulla qualità delle acque sotterranee.

Fin dalle prime notizie sull'emergenza, il pensiero di molti cittadini è tornato alle discariche presenti sulle colline e, soprattutto, alle denunce sui presunti traffici di rifiuti tossici che già trent'anni fa avevano trovato spazio nelle sedi istituzionali. Una vicenda che oggi torna inevitabilmente d'attualità, pur senza che sia possibile stabilire, allo stato attuale, un collegamento tra quei fatti e la presenza di PFAS nelle falde.

Nel frattempo anche la Procura di Savona ha avviato i propri accertamenti, aprendo un fascicolo per avvelenamento colposo al momento a carico di ignoti. La Pubblico Ministero Maddalena Sala ha delegato le verifiche al Nucleo Investigativo di Polizia Ambientale, Agroalimentare e Forestale (NIPAAF), reparto specializzato dell'Arma dei Carabinieri inserito nel Comando unità forestali, ambientali e agroalimentari.

Le indagini attuali riportano così alla memoria quanto accaduto nei primi anni Novanta, quando sul territorio si sviluppò una mobilitazione per denunciare possibili attività illecite legate allo smaltimento dei rifiuti.

In quella stagione furono diversi i soggetti che contribuirono ad accendere i riflettori sulla questione: i Verdi, Enpa, il Comitato ecologico Valmaremola e l'allora Partito Democratico della Sinistra (PdS), attraverso dossier e iniziative istituzionali. Un ruolo importante fu svolto anche da due consiglieri regionali dell'epoca, Bruno Marengo, già sindaco di Savona, e Giovanni Genta: appartenevano a schieramenti politici differenti, ma si trovarono uniti nella denuncia delle criticità ambientali del territorio.

Marengo e Genta portarono all'attenzione delle istituzioni diversi siti e impianti del territorio, tra cui l'ex Fumeco di Tovo San Giacomo (la vicenda di quest'ultima sarebbe stata successivamente richiamata anche negli atti di una commissione parlamentare dedicata al fenomeno dei traffici illeciti di rifiuti). Entrambi all'epoca furono ascoltati dal giudice Alberto Landolfi nell'ambito degli approfondimenti sulla vicenda, portando così anche in sede giudiziaria gli elementi e le segnalazioni emersi durante la loro attività istituzionale.

Ed è proprio la Fumeco a rappresentare oggi uno dei punti maggiormente evocati nel dibattito pubblico, anche per la sua vicinanza territoriale ai pozzi di Borgio Verezzi interessati dall'emergenza.

A riportare alla luce il lavoro svolto dal padre è stato Paolo Alberto Genta, figlio dell'ex consigliere regionale: "Mio padre lo diceva chiaramente, mettendo nei verbali nero su bianco - il pensiero espresso attraverso una lettera inviata alla nostra redazione - i vecchi fusti si sarebbero corrosi e l'acqua piovana avrebbe progressivamente lavato e trasportato a valle quei veleni verso l'acquedotto costiero". Una preoccupazione che, a distanza di circa trent'anni, assume inevitabilmente un significato particolare alla luce dell'attuale emergenza idrica.

La domanda resta aperta: l'inquinamento da PFAS riscontrato oggi tra Borgio Verezzi e Pietra Ligure può avere un legame con le vecchie discariche e con i siti di smaltimento finiti al centro delle denunce degli anni Novanta? Saranno le indagini di Arpal e della Procura a dover chiarire se esista una correlazione, ricostruendo il percorso degli inquinanti e verificando le diverse possibili fonti.

Il recupero delle interrogazioni regionali e della documentazione prodotta negli anni novanta potrebbe rappresentare un primo passo per ricostruire con precisione la localizzazione dei siti allora segnalati e confrontarla con quella degli attuali pozzi contaminati. Un lavoro documentale che potrebbe fornire elementi utili alle indagini.

Roberto Vassallo

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