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Economia | 22 febbraio 2019, 11:30

Cittadini più felici grazie a vite più intelligenti

Ai classici indicatori che misurano qualità di vita e benessere lavorativo, da tempo si aggiunge la misura del nostro grado di felicità. Un numero che spesso fa la differenza tra essere rock oppure lenti.

Cittadini più felici grazie a vite più intelligenti

Quando i nostri nonni ci chiedono come è andata al lavoro e noi iniziamo a raccontare a macchinetta delle 150 email a cui abbiamo risposto, delle 40 telefonate fiume che ci hanno scaricato lo smartphone e dei 10 km di coda trovati al rientro a casa alle 20:00, non passa più di un secondo da un loro sospiro. Come se un sospiro potesse racchiudere in sé il malessere nel vedere il proprio nipote così sotto pressione, ostaggio di una giornata che sembra non aver mai fine. Molto diversa da quella che alla loro epoca lasciava spazio alla famiglia e a qualche piccolo divertimento.

Allo stesso tempo, però - pur raccomandandosi di prenderci cura di noi e di non strafare mai perché «prima o poi il fisico presenta il conto» - i nostri anziani sono consapevoli che non si possa fermare il futuro con le mani e che il tempo corra alla velocità di internet e dei social media. Questa consapevolezza, spesso maturata dal coinvolgimento nel tenere i nostri amati bambini o dall’aiuto offertoci nelle piccole commissioni tipiche di chi una un po’ di tempo libero, è ancora più forte in genitori o nonni digitali. Signori attempati che però, dopo aver utilizzato l’App per sapere dov’è finito il (nostro) cane scappato al parco, sono in grado di godersi in poltrona la serena lettura di un bel libro.

Se andiamo al di là della quotidianità delle cose, la domanda a cui genitori e nonni non ci sottopongono mai è quanto siamo felici. O meglio quanto siamo appagati, al netto di uno stipendio e di benefit professionali soddisfacenti. Per pudore o per paura della risposta questa domanda non ci viene mai posta, forse per questo non siamo costretti a riflettere sui benefici personali e professionali nello scegliere di vivere in caotiche città metropolitane, in cui però il tasso di disoccupazione è al 2,5% e si possono godere servizi tipici di smartcities a misura di uomo. Certo molto luoghi lontani dalle calme cittadine del secolo scorso cresciute intorno alle campagne, ma punti luce capaci di offrire oggi tutto quanto una persona desideri fare il lunedì sera con un euro oppure con una disponibilità da nababbo.

Ma qualcosa sta cambiando sulla scorta dell’esperienza maturata negli USA in termini di bilanciamento tra attività professionale e vita privata. Anche in Europa da qualche anno, ai classici indicatori di qualità della vita e di livello di attrattività territoriale, si affiancano valutazioni quantitative sul benessere psicofisico e misure di salvaguardia della qualità del tempo dei lavoratori.

Non ci siamo ancora abituati ad imprese che consentono ai dipendenti di lavorare comodamente da cosa (in quelle famose città caotiche) che anche in Italia vediamo aziende più o meno strutturate imporre ai dipendenti di non entrare in ufficio prima delle 09:30 oppure di spegnere il cellulare tassativamente alle 17:30 per ricaricare le pile dedicandosi alla famiglia, allo sport e a tutto rappresenti un detox per la salute psicofisica. Scelte impensabili sino a pochi anni fa, ma che oggi - oltre ad aumentare la produttività aziendale nel rispetto della vita privata delle persone - rende queste aziende luoghi di eccellenza in cui tutti vogliono lavorare e in cui il turnover è praticamente azzerato.

La storia insegna sempre. Siamo così passati in solo una decina di anni da un periodo in cui per far carriera era necessario essere sempre connessi, ad un modello in cui è il benessere delle persone a guidare il successo delle imprese. Con buona pace di chi pensa che nell’epoca dei Big Data sia solo il volume a rappresentare il valore.

Scusate, ma ora vado a scrivere una email alla mia cara mamma ottantenne in cui raccontarle perché non è poi così male lavorare nel 2019 in un Città 4.0!

Enrico Molinari

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