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Sanità | 13 maggio 2026, 08:30

L'uomo morto nell'Albenganese per la "malattia dei topi": differenze tra leptospirosi e hantavirus

Roditori e infezioni: cosa distingue la leptospirosi dall'hantavirus

L'uomo morto nell'Albenganese per la "malattia dei topi": differenze tra leptospirosi e hantavirus

Il ritorno dell'hantavirus sulle cronache internazionali e italiane, con i casi registrati a bordo della nave da crociera Mv Hondius, riporta l'attenzione su una famiglia di patologie che hanno un denominatore comune e silenzioso: i roditori. La provincia di Savona ha già conosciuto, lo scorso anno, l'esito più drammatico di un'infezione affine, la leptospirosi, con la morte di un giovane lavoratore ivoriano.

La vicenda risale all'estate scorsa. Un trentaduenne originario della Costa d'Avorio, classe 1993, ospite di una struttura d'accoglienza nella frazione di Peagna a Ceriale, era impegnato in una segheria ad Albenga. All'inizio di luglio, dopo aver manifestato i sintomi compatibili con un'infezione da Leptospira (il batterio appartenente al genere delle spirochete responsabile della malattia) è deceduto all'ospedale San Paolo di Savona. Il contagio, secondo l'ipotesi investigativa, sarebbe avvenuto per il tramite di un roditore infetto.

La vicenda ha portato all'iscrizione di quattro persone nel registro degli indagati, per le quali successivamente il pm ha chiesto l'archiviazione. 

La leptospirosi si presenta con uno spettro clinico molto ampio, che può andare da forme febbrili lievi e autolimitanti fino a quadri severi e potenzialmente letali. Il contagio avviene per contatto diretto con animali infetti o, più di frequente, attraverso acque e terreni contaminati dalle urine dei roditori. Il batterio penetra nell'organismo umano sfruttando piccole abrasioni o tagli della cute, oppure le mucose di occhi, bocca e naso.

Il rischio sale sensibilmente durante le attività all'aperto (caccia, pesca, sport acquatici) ma la leptospirosi è anche una classica malattia professionale: allevatori, addetti ai mattatoi, operatori delle fognature, lavoratori del legno e dell'agricoltura figurano tra le categorie più esposte. La diagnosi precoce e l'avvio tempestivo della terapia antibiotica sono i due cardini che fanno la differenza tra una risoluzione benigna e l'esito grave.

Ratti e topi – il ratto delle fogne in primo luogo – costituiscono il serbatoio naturale della Leptospira per ragioni tanto biologiche quanto ecologiche. Ospitano il batterio senza ammalarsi, lo escretono cronicamente con le urine e popolano in modo capillare proprio quegli ambienti (cantine, magazzini, depositi, canali di scolo, aree umide periurbane) in cui l'uomo lavora e transita. Una circolazione silenziosa, che spiega perché i focolai tendano a emergere nei contesti in cui si sovrappongono presenza di roditori, ristagni d'acqua e attività umane all'aperto.

L'hantavirus condivide con la leptospirosi l'origine roditoria, ma cambia tutto il resto. Si tratta di un'infezione virale, non batterica, e il contagio avviene prevalentemente per via aerea: l'inalazione di particelle di polvere contaminate da urine, feci o saliva di roditori infetti è la modalità di trasmissione tipica. Più rari i casi legati al morso diretto o al contatto con superfici contaminate.

Sul piano clinico, le due malattie hanno un terreno comune: febbre, riduzione delle piastrine, possibile coinvolgimento renale acuto. Ma divergono nei marcatori distintivi. Uno studio condotto su 42 casi a Taiwan e pubblicato su Oxford Academic ha confermato che l'iperbilirubinemia (l'aumento della bilirubina nel sangue), l'ematuria (la presenza di sangue nelle urine) e i quadri di shock circolatorio orientano con maggiore probabilità verso la leptospirosi. L'hantavirus, invece, tende a esprimersi con forme polmonari (sindrome polmonare da hantavirus) o renali (febbre emorragica con sindrome renale), a seconda del ceppo virale coinvolto.

Sul versante terapeutico la distinzione è cruciale: la leptospirosi risponde all'antibiotico-terapia precoce, mentre per l'hantavirus non esiste un farmaco specifico e l'approccio resta essenzialmente di supporto, in ambiente intensivistico nelle forme gravi. È in questa forbice che si misura il valore della diagnosi differenziale e di un'attenta lettura dei parametri di laboratorio.

Il caso dell'Albenganese sottolinea un tema che riguarda da vicino tutto il Ponente savonese: la gestione del rischio biologico nei luoghi di lavoro e negli alloggi collettivi, la derattizzazione degli ambienti urbani e periurbani e la formazione dei lavoratori esposti. 

Redazione

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