Il clima vacanziero di Ferragosto porta anche la discussione su uno dei divieti più frequenti negli stabilimenti balneari: quello di introdurre cibo e bevande acquistati o preparati fuori dal lido. A rilanciare il tema è "Mare Libero", che attraverso un video spiega perché un gestore non possa vietare ai clienti di portare il pranzo da casa. Secondo l’associazione, la questione deriva dalla natura stessa delle spiagge, che fanno parte del demanio marittimo. La tesi fondamentale è che la concessione attribuisca al gestore il diritto di fornire e organizzare i servizi balneari, ma non un'esclusiva sulla provenienza degli alimenti consumati dai clienti.
Il tema era già stato affrontato anche dall'Unione Nazionale Consumatori, che ha sostenuto l'illegittimità di un divieto generalizzato di introdurre cibo e bevande dall'esterno, distinguendo tra i servizi offerti dallo stabilimento e la libertà del cliente di consumare alimenti portati da casa. La questione, tuttavia, non significa che nei lidi sia consentito fare qualsiasi cosa. Il consumo deve avvenire nel rispetto del decoro, degli altri clienti e delle eventuali regole specifiche dello stabilimento. Restano inoltre possibili limitazioni legate alla sicurezza, come il divieto di utilizzare bottiglie di vetro o di accendere fornelli.
È proprio su questo punto che "Mare Libero" invita i frequentatori delle spiagge alla responsabilità: portare il cibo da casa, ma utilizzando contenitori riutilizzabili e cercando di ridurre la plastica monouso, senza lasciare rifiuti sull'arenile.
Nel video l'associazione affronta anche un'altra questione controversa: i controlli all'ingresso. "Mare Libero" sostiene che il gestore non possa imporre al cliente di aprire borse e zaini per verificare la presenza di alimenti. L'articolo 13 della Costituzione tutela la libertà personale e stabilisce precise garanzie per ispezioni e perquisizioni. L'associazione, dunque, ricorda come un gestore privato non possa esercitare poteri propri delle forze dell'ordine per effettuare una perquisizione.
Da qui l'invito a non trasformare un eventuale contrasto in una lite. In caso di contestazioni, "Mare Libero" suggerisce di mantenere la calma e, qualora il divieto venga fatto valere con modalità ritenute illegittime, di rivolgersi alle autorità competenti.
La presa di posizione sul cibo in spiaggia si inserisce nella più ampia attività di "Mare Libero" a tutela dell'accessibilità del demanio marittimo. Un fronte sul quale l'associazione, nelle prime settimane della stagione turistica, ha portato avanti un'iniziativa particolarmente polemica ad Alassio. A fine maggio il sodalizio ha infatti presentato una diffida al Comune, contestando due delibere approvate il 3 aprile. La vicenda riguarda il futuro delle concessioni balneari e, soprattutto, la quantità di spiaggia libera presente sul territorio comunale.
Secondo l'associazione, Alassio sarebbe tra i Comuni italiani con il più elevato livello di privatizzazione del litorale: circa il 76,79% della costa risulterebbe concesso ai privati, con 95 stabilimenti distribuiti lungo circa 7 chilometri di costa. "Mare Libero" contesta in particolare l'assenza di una pianificazione precisa per il recupero della quota di spiaggia libera. La normativa regionale ligure prevede infatti una quota minima del 40% di aree balneabili libere e libere attrezzate. L'obbligo è stato successivamente sospeso fino al 30 dicembre 2027, ma secondo "Mare Libero" la sospensione non eliminerebbe la necessità di programmare il riequilibrio tra aree libere e aree in concessione.














