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PRIMA PAGINA 4 | 11 ottobre 2026, 09:30

San Paolo di Savona, Lerza replica a Fratelli d’Italia: ""Un primario non si sostituisce con lo smart working"

L’ex primario del Pronto soccorso respinge le accuse di propaganda politica: "La nostra non è una battaglia di casta, ma un’opinione da tecnici esperti. In gioco c’è la salvaguardia della sanità pubblica"

San Paolo di Savona, Lerza replica a Fratelli d’Italia: ""Un primario non si sostituisce con lo smart working"

La difesa dell’ospedale San Paolo e delle sue strutture sanitarie, al di là delle appartenenze politiche. Roberto Lerza, ex primario del Pronto soccorso del San Paolo ed ex direttore del Dipartimento di Emergenza-Urgenza di Asl 2, interviene nel dibattito sul nuovo Piano organizzativo aziendale (Poa) di Ats e replica al coordinamento provinciale di Fratelli d’Italia, che aveva ricondotto le critiche degli ex primari al ridimensionamento dell’ospedale nell’ambito della propaganda politica di opposizione.

Una lettura che Lerza respinge con decisione. "La cosa non solo offende, ma non corrisponde al vero", afferma, richiamando due elementi a sostegno della propria posizione: la presa di posizione unitaria delle organizzazioni sindacali mediche, che hanno minacciato lo stato di agitazione, e le critiche alle trasformazioni previste per il San Paolo espresse in Consiglio comunale a Savona sia da esponenti della maggioranza sia dell’opposizione.

"Ma noi siamo tecnici e- dice - non abbiamo nessuna intenzione di scendere in un agone politico. Abbiamo certamente storie personali differenti, ma ci accomuna l’idea di difendere la Sanità pubblica, per la quale abbiamo lavorato una vita cercando sempre di fare il meglio nell’interesse dei cittadini-utenti e di tutti i nostri collaboratori, a volte anche scontrandoci con scelte e decisioni aziendali".

Leza rivendica il ruolo e l’esperienza maturati alla guida dei reparti: "Siamo sì dipendenti pubblici, ma siamo professionalmente legati a un’etica e a un codice deontologico. In tutti gli anni trascorsi alla guida dei rispettivi reparti io credo che ciascuno di noi abbia maturato una competenza che ci consente di giudicare questi documenti tecnici, questi sì spesso intrisi da indicazioni politiche, e le loro possibili conseguenze".

Il nodo centrale è il rischio che il ridimensionamento delle strutture complesse venga presentato come una modifica puramente organizzativa, senza conseguenze per i cittadini. "Crediamo che il cittadino non debba essere preso in giro dicendo che anche senza il primario, se il servizio resta per lui non cambierà niente".

Un’apparente continuità che, sostiene, non corrisponderebbe agli effetti che queste decisioni possono produrre nel tempo. "La prima impressione per un utente può essere così, ma in realtà le decisioni di abolire o accorpare Strutture complesse portano indiscutibilmente nel tempo all’indebolimento dei servizi e dell’ospedale".

Le conseguenze indicate dall’ex direttore del Dipartimento di Emergenza-Urgenza sono diverse: difficoltà nello sviluppo e nell’ammodernamento dei reparti, minore capacità di attrarre giovani medici e specializzandi, minore attrattività anche per i pazienti e una ridotta autorevolezza nei rapporti con l’amministrazione.

"Chi pensa che si possa assolvere ai compiti clinici e funzioni primariali in una sorta di smart working online o al telefono- aggiunge - non ha capito davvero nulla", afferma, criticando un modello nel quale un responsabile potrebbe trovarsi a coordinare strutture distribuite sul territorio regionale.

Guidare una Struttura complessa in ambito sanitario significa gestire problemi clinici e assistenziali articolati, con autonomia operativa e responsabilità nell’organizzazione del lavoro, nell’impiego delle risorse e nel raggiungimento degli obiettivi aziendali.

"Il primario, cioè il responsabile della Struttura complessa- spiega Lerza -oltre alla responsabilità di organizzazione del lavoro e impiego di risorse economiche e strumentali assegnate, deve avere capacità di dirigere, delegare, coordinare eventuali strutture semplici mettendo in campo la sua esperienza con funzione di guida e supervisione".

A questo si aggiunge la necessità di mantenere rapporti alla pari con le altre strutture complesse, gestendo le relazioni organizzative e professionali. Responsabilità che aumentano ulteriormente per chi ricopre anche il ruolo di direttore di dipartimento, chiamato a coordinare più strutture.

Anche su questo punto Leza esprime preoccupazione per l’impostazione della riforma: "Un solo capo dipartimento per area specialistica per tutta la Liguria sarà più una figura di interlocuzione politica che un punto di riferimento per gli altri primari".

L’ex dirigente sottolinea inoltre la differenza tra Strutture semplici e Strutture complesse, evidenziando come le prime abbiano, per definizione, un ambito di attività più circoscritto e un’autonomia organizzativa e gestionale più limitata.

Nel caso del San Paolo, Leza ritiene che diversi servizi interessati dal ridimensionamento abbiano caratteristiche tali da richiedere una direzione autonoma e strutturata.

"Credo che in un ospedale provinciale come il San Paolo i servizi di cui si parla (Radioterapia, Anatomia patologica, Malattie infettive ma anche Laboratorio analisi, Centro trasfusionale, Fisica sanitaria, Gastroenterologia) rientrino pienamente nelle caratteristiche di una Struttura complessa".

"Sarebbe bene che qualcuno spiegasse – continua - se hanno più complessità le suddette strutture che si vogliono 'semplificare' o alcune di nuova istituzione (o invenzione) che sembrano più simili ad uffici".

Per Lerza, le strutture cliniche non possono essere considerate elementi da sacrificare in cambio di altri investimenti o dotazioni, magari destinati a settori differenti. "Nella loro essenzialità, le Strutture complesse ridimensionate dal Poa non sono strutture barattabili in cambio di altri investimenti o strumentazioni peraltro in altri settori".

Il rischio, prosegue, è perdere di vista il ruolo centrale del personale sanitario nell’organizzazione ospedaliera. 

E conclude: "Annichilire fondamentali servizi clinici significa rendere sempre più difficile la sopravvivenza della sanità pubblica e renderla perdente nel confronto con il privato".

Lerza respinge infine l’ipotesi che la mobilitazione degli ex primari sia motivata dalla volontà di conservare ruoli e posizioni. "Vorrei chiarire che la nostra non è una battaglia di casta, ma solo un’opinione da tecnici, direi anche esperti, che mi pare difficilmente confutabile se non con arrampicate sugli specchi. Non c’è politica né desiderio di conservare il ruolo".

Molti degli ex dirigenti sono in pensione da anni e alcuni non conoscono nemmeno i loro successori attuali o futuri. Lerza richiama inoltre il percorso professionale necessario per diventare direttori di Struttura complessa: una selezione per concorso, per titoli ed esame, che normalmente arriva al termine di una lunga esperienza sul campo e può comprendere pubblicazioni scientifiche e incarichi nelle società di settore. Una competenza che rischia di essere indebolita quando una struttura complessa viene ricondotta a una struttura semplice. 

La conclusione è un nuovo richiamo alla necessità di mantenere il confronto sul merito delle scelte organizzative. "Non possiamo certo impedire che la politica contrasti o cavalchi questa battaglia, ma quantomeno possiamo invitare tutti ad una riflessione obiettiva lontana da ideologie, se non quella di salvaguardare il servizio sanitario pubblico e quindi l’ospedale San Paolo".


 

Elena Romanato

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