L’emergenza PFAS, che dal 23 settembre interessa Borgio Verezzi e dal 13 ottobre Pietra Ligure, con il conseguente divieto di utilizzare l’acqua della rete come potabile, continua a sollevare interrogativi sull’origine della contaminazione delle falde acquifere.
La vicenda ha riportato l’attenzione sulle discariche presenti sul territorio e sulle denunce, risalenti agli anni '90, relative a presunti traffici illeciti di rifiuti tossici. In quegli anni, associazioni, comitati e rappresentanti politici avevano segnalato diversi siti sospetti, portando la questione anche all'attenzione delle istituzioni. Tra questi, l'ex Fumeco di Tovo San Giacomo, oggi nuovamente al centro del dibattito anche per la vicinanza ai pozzi di Borgio Verezzi interessati dall'emergenza.
A ricostruire la storia degli impianti e gli interventi che si sono susseguiti nel corso degli anni è Luigi Barlocco, sindaco di Tovo San Giacomo dal 1993 al 2001 e oggi assessore comunale, che ha ripercorso ai microfoni di Savonanews le tappe principali di una vicenda che affonda le proprie radici negli anni Settanta.
"Nelle aree di località Zerbetti e Suia, sul Monte Grosso nel territorio di Tovo San Giacomo, sono stati attivi diversi impianti – spiega Barlocco –. Una discarica di rifiuti solidi urbani, attiva verso la metà degli anni '70, poi dismessa a seguito dell'attivazione della discarica Casei di Magliolo".
"Tra la fine degli anni '70 e gli anni '80 viene realizzato dal Consorzio Artigiano Ecosystem, poi passato alla società Fumeco (poi diventata SEAM), un impianto che avrebbe dovuto essere pirolitico – prosegue l'assessore –. L'impianto venne chiuso perché un'inchiesta penale accertò che funzionava non come impianto pirolitico, ma come impianto di incenerimento. Venne quindi sostanzialmente lasciato in stato di abbandono".
La situazione si evolse ulteriormente nei primi anni '90, quando il territorio finì al centro di un'inchiesta che coinvolse diversi Comuni e siti della provincia: "Nel 1991, con un'ordinanza sindacale contingibile e urgente, il sindaco dell'epoca attivò in località Suia una discarica per rifiuti speciali. Nel 1992, a seguito dell'inchiesta penale nella quale erano coinvolti Andora, Borghetto Santo Spirito, la Cava Fazzari di Toirano, Tovo San Giacomo e Magliolo, venne emanato un DPCM Emergenza Liguria e fu nominato il prefetto di Savona commissario delegato".
"Il prefetto intervenne sulle aree di Zerbetti esclusivamente attraverso un'operazione di messa in sicurezza e confinamento. Nel 1995, avvalendosi dei finanziamenti dell'Obiettivo 5B, il Comune di Tovo presentò alla Regione Liguria un progetto di risanamento e messa in sicurezza di quelle aree". Un percorso che proseguì negli anni successivi con interventi di bonifica e contenimento.
"Con il finanziamento regionale e un cofinanziamento comunale vennero eseguiti i lavori di smaltimento dei rifiuti residui ancora presenti nell'ex impianto Fumeco. Fu inoltre avviato un intervento di messa in sicurezza permanente, attraverso il capping delle due aree, ultimato attorno al 2001 e successivamente collaudato in via definitiva. Questo è lo stato dell'arte", ricostruisce Barlocco.
In conclusione, l'assessore offre anche uno spaccato delle modalità di gestione dei rifiuti in un'epoca in cui la sensibilità ambientale e le normative erano molto diverse da quelle attuali: "All'epoca non c'era la sensibilità ambientale di oggi: chi aveva una discarica bruciava. Poi però sono iniziati a partire degli incendi e quindi non si è bruciato più. Cosa si faceva a quel punto? Si sotterrava, ma senza particolari precauzioni: la prima discarica di Magliolo è nata così. È stato individuato un posto e ci si è smaltita la roba. Poi, con il cambio delle normative, è nata la seconda discarica di Magliolo, in maniera più strutturata".
Una ricostruzione storica che riporta al centro dell'attenzione la gestione dei rifiuti sul territorio tra gli anni Settanta e Novanta. Resta però da chiarire se vi sia un collegamento tra le vicende del passato e la contaminazione da PFAS dei giorni nostri: le indagini in corso dovranno stabilire se esistano eventuali responsabilità e, soprattutto, se vi siano elementi concreti per individuare la provenienza delle sostanze riscontrate nelle falde acquifere.














