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Attualità | 17 marzo 2011, 10:07

Altri 150 di questi anni? (fotogallery)

Un articolo non difficile, ma che collega due - tre elementi delle cose del mondo, anche savonesi: Comincia così: "Radiazioni, fusione del nocciolo, disastro nucleare, paura. Giustificatissima in Giappone, ovviamente: un po’ meno in Liguria, dove la radioattività arriverà sicuramente (nessuna parte del pianeta è mai del tutto al sicuro, in questi casi), ma non oggi né domani

Altri 150 di questi anni? (fotogallery)

Eppure, in questi giorni, c’è stato chi su Facebook scriveva frasi come “Mi sono svegliato, ho visto che pioveva e mi sono chiesto: “Sarà pioggia radioattiva?”  (risposta: no!  Ci vorranno diversi mesi prima che il nostro Paese possa essere interessato da fenomeni di questo genere).


E soprattutto c’è stata una clamorosa impennata nelle vendite degli apparecchi che misurano la radioattività, come ha detto ai microfoni di SkyTG24 Andrea Tommesani, responsabile di un’azienda di Bologna che importa questi prodotti dalla Germania. Il più venduto è un contatore geiger tedesco, prezzo 450 euro: neanche bruscolini.


Bene (anzi, male): tutti questi italiani preoccupatissimi per un’emergenza nucleare che, al momento, è limitata alla parte opposta del mondo, restano invece impassibili di fronte all’emergenza che vivono da Brindisi a Torre Valdaliga, da La Spezia a Genova e fino a Vado Ligure: il carbone.


In particolare i cittadini savonesi leggono preoccupatissimi le notizie che arrivano da Fukushima, ma non fanno una piega leggendo quelle che sono arrivate da Genova, col voltafaccia della Regione che ha – di fatto – garantito alla nostra provincia un’altra quindicina d’anni, a dir poco, di inquinamento, dalle conseguenze ormai tristemente note.


Savonesi e liguri in generale non verranno mai esposti a valori radioattivi simili  a quelli che stanno terrorizzando i giapponesi in questo momento: non rischieranno di perdere i capelli e di vedersi sciogliere la pelle addosso in poche ore, come nei peggiori film catastrofici.


Rischieranno, semmai, di poter essere contaminati da cibi provenienti da zone colpite (che, come è sempre accaduto, almeno in parte eluderanno i controlli e finiranno sulle nostre tavole); rischieranno di avere, nella pioggia dei prossimi mesi, una percentuale di radiazioni maggiore di quella naturale (perché tutti gli esseri umani sono esposti a radiazioni dal primo all’ultimo giorno di vita: 2,4 msv (millisievert) all’anno è la dose “normale” a cui siamo sottoposti).

Rischieranno, insomma, di subire le ripercussioni sulla salute dell’esposizione ad un livello moderatamente modificato di radiazioni: tumori (soprattutto tiroidei), linfomi, leucemie. Ma sarà un rischio inferiore rispetto a quello che corriamo ogni giorno in questa provincia a causa dell’inquinamento da carbone: che non solo libera nell’aria e nell’acqua una lunga serie di sostanze cancerogene (per chi avesse bisogno di ripassare: polveri, in particolare PM 2.5; Benzopirene, Diossine e Benzene; Microinquinanti inorganici come Cadmio, Cromo, Manganese, Nichel, Piombo, Rame, Cobalto, Mercurio, Arsenico, Vanadio, Silicio), ma è a sua volta radioattivo (da Scientific American: “le ceneri volatili emesse da una centrale elettrica come sottoprodotto della combustione del carbone emettono nell'ambiente circostante radiazioni 100 volte maggiori di una centrale nucleare che produca la stessa quantità di energia”).


Certamente, la radioattività è limitata ad un perimetro piuttosto ristretto intorno alla fonte (ovvero, si riscontra nelle immediate vicinanze della centrale analizzata): non per niente i nostri oculatissimi scienziati hanno misurato il radon collocando i misuratori ad Albisola, Celle e Varazze, cosicché la Liguria è risultata tra le regioni meno interessate (!).

Ma ricordiamo che la centrale di Vado ligure è piazzata proprio in mezzo alle case, quindi anche la ricaduta bassamente radioattiva interessa parte della popolazione (mentre le polveri, lo ricordiamo, interessano un raggio di 50 km intorno alla centrale, quindi praticamente tutta la provincia).

Insomma, se proprio vogliamo preoccuparci e stare in ansia per qualcosa, non serve aspettare la notizia apocalittica dal Giappone: la nostra apocalisse privata ce l’abbiamo in casa da 40 anni, con un minimo di venti morti all’anno - cifra stimata dai più importanti studi internazionali, un numero difficilmente calcolabile di malati di cancro (e non solo, perché altri effetti collaterali della combusione di carbone sono quelli sull’apparato cardiocircolatorio) e un costo sociale di oltre 140 milioni di euro l’anno, stimati dall’Unione Europea.


Se a Vado Ligure avessero piazzato, 40 anni fa, una centrale nucleare, e se oggi fosse successo un disastro simile a quello di Fukushima, non possedendo noi italiani né l’aplomb né il self control giapponese, saremmo probabilmente tutti in piazza con la bava alla bocca e i bastoni in mano, in cerca di colpevoli.

Il Presidente della Regione, eletto anche grazie alla propaganda elettorale contro la centrale, cambia rotta a 360° e si alza solo qualche tiepida protesta; il Sindaco di Vado, che la centrale ce l’ha sotto casa e che è stato eletto praticamente solo per la sua posizione contraria (a centrale ma soptattutto piattaforma Maerks), ha avuto l’ardire di definirsi “parzialmente soddisfatto” del non-piano di ampliamento. E nessuno gli dice “ba”.

Continuiamo pure così e non ci sarà bisogno di aspettare le radiazioni giapponesi: prima che arrivino, molti altri savonesi saranno già caduti vittime delle emissioni nostrane.

E come al solito, i loro familiari diranno “mannaggia, che sfortuna”.


  



vr / mpm (images)

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