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Curiosità | 12 ottobre 2016, 09:45

Roberto Nicolick, a Savona "Il comitato di “ricevimento"

Lettera aperta di Nicolick

Roberto Nicolick, a Savona "Il comitato di “ricevimento"

Negli anni 70, ero un irrequieto e vivace giovanotto di belle speranze oltre chè animato da ideali politici di destra, idee che spesso andavano a collidere con la fauna della sinistra Savonese, molto aggressiva e violenta. In quegli anni, che si possono definire di “piombo”, Savona era un piccolo stagno dove alcuni estremisti comunisti tentavano di assurgere agli onori delle cronache, nere, come i loro più numerosi e attivi compagni di Genova.

A Savona non c'era l'università e quindi le okkupazioni si limitavano agli istituti superiori e non alla casa dello studente come a Genova, le manifestazioni di piazza non erano certo vastissime ma comunque c'erano a volte con le scuse più disparate ma tutte che si richiamavano ad una ipotetica e generica “mobilitazione antifascista di popolo”, la solita minestra riscaldata buona per risvegliare tutte le menti deboli ed ottuse di quegli anni. C'erano comunque, alcuni gruppettari molto violenti che organizzavano spedizioni punitive contro i “fascisti” o almeno quelli che venivano definiti tali. Erano una dozzina, quasi tutti di corporatura grossa e robusta, capigliatura incolta, barba di ordinanza con sguardo cupo e torvo forse per la triste coscienza di quello che erano.

L'abbigliamento si limitava ad un parka con cappuccio, meglio noto come “eskimo” o anche in modo dispregiativo “cagnaro”, rigorosamente di colore verde oliva con tasconi capienti, sul cranio internamente vuoto, portavano un basco con stella rossa, e d'estate una T-shirt , che un tempo doveva essere stata bianca, con il faccione del Che.

Questi soggetti, grandi consumatori di vino scadente e assidui fumatori di canne, facevano parte di un gruppo dal nome solenne e pretenzioso, C.A.A. , Comitato Antifascista Antimperialista. Per lo più erano studenti fuori corso da un decennio, mantenuti dai genitori o anche ultraquarantenni perennemente disoccupati, che avevano la fissa della minaccia incombente fascista e usavano questa scusa per menare le mani. Oggi si chiamerebbero antagonisti o anarcoinsurrezionalisti, io li definirei semplicemente teste di c.....

In qualche occasione avevano usato delle chiavi inglesi per menare, il che non era davvero piacevole. Io ero noto per non avere simpatia per questi personaggi e soprattutto per aver forzato un loro picchetto di presidio censorio ad una sala cinematografica del centro, dove si proiettava un film che loro avevano valutato come fascista ed imperialista, Berretti Verdi, un film che narrava la guerra nel Viet Man dalla parte degli Americani.

Bastò quello per indicarmi come “fascista” e quindi soggetto da punire. Sapendo che studiavo a Torino e che tutti i sabati alle 14,30 tornavo a casa scendendo dal treno alla stazione ferroviaria , progettarono di bastonarmi in quella occasione. Vista la loro abitudine di attaccare in branco non avrei avuto scampo.

Quel sabato di maggio di 45 anni fa, ero sul treno locale che entrava nella stazione di Savona Letimbro, la vecchia stazione che in seguito verrà rasa al suolo.

Già da Lavagnola, mentre il treno rallentava, avevo l'abitudine di affacciarmi al finestrino della carrozza di terza classe, per gustarmi le case di Savona e l'aria di mare , tanto diversa da quella di Torino.

Spingendo lo sguardo sino al marciapiede, notai subito un gruppo di energumeni, le cui sagome mi erano note, erano chiaramente in agitazione e guardavano in direzione del mio treno come se aspettassero qualcuno.

Subito realizzai che volevano fare la festa proprio a me, e con la velocità di un fulmine afferrai la borsa e mentre il treno con uno stridio di freni si apprestava a bloccarsi, spalancai la portiera sul lato opposto alla discesa e saltai giù, sulla ghiaia, correndo come un levriero superai una dozzina di binari. Avevo l'adrenalina al massimo !

Superato l'ultimo binario, lanciai la borsa, poi saltai per circa tre metri dalla massicciata atterrando sul greto del torrente in quei giorni asciutto. Atterrato, ripresi la borsa e , al riparo dagli sguardi di chiunque si fosse trovato sui marciapiedi della stazione, mi arrampicai guadagnando Corso Ricci e con calma mi avviai verso casa. Una anziana signora con il cane, mi guardò incuriosita poi continuò la sua passeggiata.

Quel giorno mi evitai un bel pestaggio! Qualcuno mi riferì che il gruppetto di picchiatori rossi aveva atteso due treni di seguito provenienti da Torino Porta Nuova, poi scornati erano andati a farsi un bel po' di bicchieri di vino per consolarsi.

Sono passati 45 anni da quel giorno, di quella masnada di rivoluzionari da osteria, pochissimi sono sopravvissuti, magari con la demenza senile, io ricordo perfettamente la loro fisionomia anche se ulteriormente abbruttita e incontrandoli casualmente , dentro di me, sorrido di quel ricordo che anche con le mie paure di allora, mi fa gustare uno sprazzo di giovinezza.

cs

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