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| 31 luglio 2020, 12:05

"Ritornare sul Ponte": ogni pezzetto di asfalto, acciaio e cemento appartiene a tutto il Paese (FOTO e VIDEO)

Arrivato sopra, la prima sensazione che arriva in testa è quella della perfezione

"Ritornare sul Ponte": ogni pezzetto di asfalto, acciaio e cemento appartiene a tutto il Paese (FOTO e VIDEO)

L’ultima volta che vidi questa prospettiva era il 12 agosto del 2018, tornando da Chiavari. Due giorni dopo, il 14 agosto, questa prospettiva sparì e per la città se ne presentò una molto più nera, più difficile, più cruda e spietata. 

Una prospettiva che sapeva di morte e di devastazione. 

Ce lo siamo dimenticati per quasi due anni, questo panorama. 

Ma non ce lo siamo mai voluti dimenticare per sempre. 

Oggi ritornare qui sopra è un’emozione indescrivibile. Devo confessare qui che l’argomento ‘nuovo ponte’ non mi ha mai stimolato più di tanto. 

“Scrivi qualcosa sul ponte”: me lo hanno chiesto un sacco di volte, e mi sono sempre rifiutato. Un po’ perché non trovo quasi mai l’ispirazione in qualcosa che ispira già (e pure molto bene) altre persone più autorevoli di me, un po’ perché ho sempre faticato a trovare qualcosa di poetico in mezzo all’asfalto e all’acciaio di una costruzione. 

Ma, soprattutto, perché, in fondo, non c’era nulla da essere poetici, di fronte a quei 43 morti innocenti che proprio qui sopra hanno terminato la loro corsa. Sono ricordati attraverso dei led, che si accendono e si spengono a intermittenza. 

Ma devono essere ricordati soprattutto dal cervello e dal cuore. 

Ricordati e rispettati. 

La nemesi impone però che quando di una cosa ti interessi poco, ti capita poi l’occasione di interessartene tra i primi. Così sali in cima a questo cielo, con un caschetto rosso in testa e una pettorina gialla fosforescente, intruppato dentro una navetta nera con i sedili in pelle che sembra quelle delle rockstar. 

Arrivato sopra, la prima sensazione che arriva in testa è quella della perfezione. È vero, il cantiere è ancora aperto, e lo sarà sino a pochi minuti prima dell’inaugurazione. 

Ma l’asfalto è già steso e liscio come il piano di un biliardo, le righe sono bianche e ancora incontaminate dalle frenate e dagli pneumatici, i cristalli delle protezioni laterali sono senza fuliggine, i guardrail sono di un grigio chiaro come quelli appena usciti di fabbrica, senza la minima ammaccatura.

Durerà poco, sino a quando qui sopra non torneranno (finalmente) a transitare migliaia di veicoli al giorno. Ma tanto basta, credo, a far dimenticare di quando sul vecchio ponte si formavano pozzanghere come piscine; basta a far dimenticare i sussulti che avvertivi tra un giunto e l’altro; basta a far dimenticare quella fastidiosa sensazione di essere sospesi nel vuoto, che ti faceva, ogni volta, tirare un sospiro di sollievo, allorquando entravi nella galleria di Coronata. 

Il ponte. È una parola che si presta a mille interpretazioni. Ma quella che adesso più conta, dopo due anni di assenza, dopo due anni spesi a mangiarsi l’asfalto, a imprecare in coda tutti i santi del Paradiso, ad assistere al declino economico di questa città e dei suoi aspetti più vitali, il porto e il turismo, è l’interpretazione più letterale. Un ponte, ovvero una struttura che serve a collegare un punto con un altro. Che poi, per i significati metaforici ci sarà tutto il tempo e ognuno scriverà o penserà alla poesia che meglio ritiene. 

Sul ponte come ponte, credo che le parole più belle siano state dette in un film americano, nel monologo di quel bravissimo attore che è Stanley Tucci. 

“Sai, una volta ho costruito un ponte. Un ponte. Sono laureato in ingegneria. Andava da Dilles Bottom, in Ohio, a Moundsville nel West Virginia. Alto 278 metri sopra il fiume Ohio, 12.100 persone lo usano ogni giorno. E ha fatto risparmiare 35 miglia di strada, nei due sensi, tra Wheeling e New Martinsville. Sono un totale di 847.000 miglia di strada al giorno, o 25 milioni e 410.000 miglia al mese. O 304 milioni e 920.000 miglia all’anno. Risparmiate. Ora, ho completato quel progetto nel 1986, 22 anni fa. Quindi nella vita di quel ponte sono 6 miliardi e 708 milioni e 240.000 miglia che non si sono dovute percorrere. A quanto? Diciamo 50 miglia all’ora? Quindi quanto fa? Sono 134 milioni, 164.000 e 800 ore, oppure 559.020 giorni. Perciò quel ponte ha fatto risparmiare alla popolazione di quei due centri un totale di 1531 anni della loro vita. Che non vanno sprecati in una cazzo di macchina. 1531 anni”.

Ecco cosa vuol dire tornare ad avere un ponte.

Si chiamava Morandi, ma noi lo chiamavamo Ponte di Brooklyn. 

Oggi è il Ponte di Genova, il Ponte San Giorgio. 

Ma ogni pezzetto di questo cemento, di questo asfalto, di questo acciaio, ogni pezzetto appartiene a tutto il Paese.

È il Ponte di Noi.

Alberto Bruzzone

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