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Attualità | 25 aprile 2021, 08:04

Vado, il racconto del 25 aprile durante il Covid, partigiano Gin: "Ci manca il contatto umano, guardandoci negli occhi si riesce a raccontare meglio la Resistenza"

Sergio Leti, classe 1925, a 19 anni perse la madre, Clelia Corradini, fucilata dalle brigate nere. "Quando ricordiamo paragonandolo al giorno d'oggi si dimentica cosa abbiamo vissuto e c'è qualcuno che cerca di infangare quella che è stata la Resistenza"

Il partigiano "Gin" alla sinistra del sindaco di Vado Monica Giuliano alla cerimonia di consegna alla città della medaglia d'argento al valore militare

Il partigiano "Gin" alla sinistra del sindaco di Vado Monica Giuliano alla cerimonia di consegna alla città della medaglia d'argento al valore militare

"Il contatto umano è diverso, sembra di parlare ad un muro, non ti senti, ci manca il calore, viviamo con la speranza di poter rivivere quello che facevamo fino a due anni".

Le iniziative in videoconferenza, via cellulare, le chiamate per celebrare questo secondo 25 aprile al tempo della pandemia, non convincono chi ha combattuto la guerra in prima linea. Con il partigiano "Gin" Sergio Leti, classe 1925, vadese, abbiamo provato a trovare similitudini tra la Resistenza e il Covid.

"Ci manca la possibilità di stare tutti insieme, di fare le manifestazioni, di trovarci tutti insieme come sempre abbiamo fatto, il disagio c'è perché si raccontava il nostro passato, i nostri compagni mancati, è venuto a mancare qualcosa di importante, di forte anche solo guardandoci negli occhi. Tutto questo non ci dà la possibilità reale di raccontare cosa è stato il 25 aprile".

Lui a 19 anni perse sua madre, Clelia Corradini,  antifascista e partigiana catturata e poi fucilata a Vado Ligure il 24 agosto del 1944. Quel giorno il plotone di esecuzione si rifiutò di sparare quando Clelia, torturata da giorni, disse: "Ma non ce l'avete una madre?".

Deposero le armi ma sarà poi il tenente Zotti di Pordenone delle brigate nere, con una raffica di mitra ad ucciderla. Sergio ebbe poi la notizia nella sua postazione in Val Bormida dove aveva sede il suo distaccamento.

Il partigiano Gin ci racconta che uno dei membri di quel plotone che si era opposto all'ufficiale era stato appesa a testa in giù nell'albero dove avevano ucciso Clelia Corradini. "Fece 50 km per conoscermi e aveva ancora nei polsi le cicatrici di quella corda". 

"Guardiamo cosa è costata la lotta di Liberazione, è stato qualcosa di difficile, i sacrifici che abbiamo fatto, i morti, quando ricordiamo questo paragonandolo al giorno d'oggi si dimentica cosa abbiamo vissuto e c'è qualcuno che cerca di infangare quella che è stata la Resistenza, la dura lotta che abbiamo combattuto per la libertà" ha continuato il partigiano Gin.

A Sergio, medaglia al valore militare come la madre, manca trovarsi in piazza, andare nelle scuole a far conoscere ai giovani la storia.

 

"Ogni commemorazione ti commuovi perché la partecipazione di amici, conoscenti, nipoti di partigiani è veramente fantastica, una cosa unanime, non distinguo in particolare una celebrazione più di un'altra. Sono tutte importanti" prosegue Sergio Leti.

"Per i partigiani i peggiori nemici erano le spie, che per poche migliaia di lire denunciavano queste persone che ci aiutavano e le facevano andare nei campi di concentramento. Questa è stata la lotta partigiana" ha concluso Sergio Leti, per sempre partigiano Gin.

 

Luciano Parodi

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