)Viviamo in un tempo in cui proliferano le facce di bronzo che, peraltro, grazie a innate capacità, continuano a mietere consensi. Nonostante tutto.
Nonostante fingano di non capire, di non ricordare, che pensano una cosa ma affermano l’esatto opposto.
Di quelli che sostengono tesi controverse, presentando un impianto chimico inquinante come un’opportunità, descrivendo un territorio che rifiuta di ospitarlo come retrogrado, sciagurato e insensibile agli investimenti.
Sarebbe, però, opportuno utilizzare il beneficio del dubbio, guardare alle nostre origini: siamo pur sempre una comunità con radici agricole. Prima dell’avvento dell’industria avevamo altre competenze, e forse alcune difficoltà permangono. La situazione potrebbe essere stata aggravata anche da ciò che abbiamo respirato dal secondo dopoguerra in avanti. Del resto, anche l’Arpal ha convenuto che l’aria, in questa valle, stagna e non si muove. Figuriamoci parole e idee.
Con qualche difficoltà, ci siamo occupati di questioni complesse, ci siamo documentati, abbiamo perfino partecipato a convegni, ma non sempre è facile orientarsi: è risaputo che si può fraintendere o travisare. Addirittura, avevamo capito che in un impianto green come quello che per fortuna ci viene proposto, si bruciano materiali che hanno cristallizzata in sé l’energia spesa per produrli, per cui si ricava meno energia di quella distrutta con la combustione. E ancora, che bruciando rifiuti non inquinanti si producono sostanze tossiche (diossine, IPA, Nox, CO2, CO, ecc.) che si diffondono in atmosfera sotto forma di polveri sottili e ricadendo a terra inquinano anche i terreni, le acque superficiali e quelle profonde, entrando così nella catena alimentare. In altre parole, quelle polveri, in qualche modo trasformate, rischiamo di ingerirle. Ma visto che su questi temi il dibattito è complesso, avevamo anche inteso che il prodotto finale della combustione fosse un residuo solido (ceneri, fino al 30 per cento del materiale combusto) da smaltire in discariche per rifiuti pericolosi.
Qualcuno ha avuto l’ardire di affermare che quelle polveri così sottili non possano essere trattenute neanche dai filtri più evoluti. E poi hanno anche fatto gli spiritosi, mai farlo su cose serie, dicendo che chi li propone li chiama green magari perché è il colore delle diossine al microscopio. Che sia opportuno approfondire, devono aver risposto quelli che sostengono tali progetti.
Possibile che in questa povera valle non si riesca a comprendere la grande opportunità che ci stanno confezionando, l’importanza degli investimenti previsti per un impianto così all’avanguardia?
Fossimo gente un po’ più attenta, avremmo apprezzato, per esempio, la grande idea dell’ospedale di prossimità o di comunità (se sbaglio è perché non riesco più a stare dietro ai neologismi), noi villanamente attaccati alla tradizione. Avevamo pensato che ci servisse un ospedale classico, come quello che avevamo prima, con i reparti, le sale operatorie, personale sanitario in numero sufficiente, un pronto soccorso funzionante 24/24. Che visione superata. Ma questa è un’altra faccenda.
Rimanendo per un attimo in questo ambito, abbiamo dato retta a certi medici che ci hanno spiegato che in un territorio già ampiamente compromesso dal punto di vista ambientale, l’assunzione di nuovi inquinanti crea un effetto combinato con quelli già presenti, oltre a una maggiore concentrazione degli stessi nei nostri organismi, e che questo fenomeno può essere devastante per la nostra già precaria salute. Gli stessi medici ci hanno poi ricordato che il tasso di mortalità per cancro e malattie cardiovascolari qui da noi è più elevato rispetto alla media nazionale. Ma che si attengano al loro ruolo, è stato detto, invece di alimentare tensioni, un richiamo che ha echeggiato per la valle, lasciandoci la sensazione di esserci sbagliati anche stavolta.
Con lo stesso criterio, ci eravamo illusi che prima o poi sarebbero arrivati gli investimenti da più parti promessi per la copertura dei parchi carbone e della bonifica della diga ex Montedison. Poi qualcuno ha anche pensato che forse sarebbe necessario mettere mano anche alla bonifica e messa in sicurezza delle aree ex Comilog, delle aree ex 3M e della Mazzucca. Qualcuno aveva ingenuamente accennato alla necessità di rendere pubblico il quadro ambientale del sarcofago di Cairo Reindustria. Poi una parte della popolazione ha anche osservato che gli ultimi investimenti in valle risalgono alla costruzione di un cementificio mai entrato in funzione e poi smantellato. C’è chi ha protestato per un possibile ulteriore consumo di suolo: le nostre origini contadine ci hanno per fortuna insegnato che cambiare l’uso del suolo può avere conseguenze rilevanti. Sempre i meno convinti rispetto al progresso si sono lamentati che un altro cementificio non più funzionante abbia ospitato ceneri derivanti in parte dall’inceneritore torinese (scusate, termovalorizzatore). Chi di dovere ha assicurato che non sono pericolose, non importa che l’abbia dichiarato lo stesso soggetto che le ha portate. Dobbiamo pur fidarci di qualcuno e smetterla di pensare sempre male!
L’ultima che abbiamo sentito ha fatto discutere altri: ma come, occupare centinaia di ettari con aree di retroporto, in sostanza per riempirle di containers, invece di attività produttive che possano creare lavoro.
Avevamo creduto di meritarci un modello di sviluppo che non fosse sempre e solo legato agli interessi dell’imprenditore di turno, ma capace di tenere conto anche dell’interesse collettivo. Pensavamo a una rinascita, a uno sviluppo industriale pulito che portasse posti di lavoro numericamente significativi, passando per un ripristino delle infrastrutture esistenti (la funivia, per esempio, che con i suoi vagonetti adeguatamente rivisitati potrebbe trasportare ogni tipo di merce e non carbone) nonché attraverso un potenziamento dei trasporti su rotaia. Uno sviluppo che non portasse a un progressivo depauperamento delle risorse umane, ambientalmente compatibile, in armonia con le nuove realtà agricole che, seppur di nicchia, valorizzano i prodotti locali e alle attività turistiche che lentamente ma in modo progressivo stanno diventando una realtà diffusa, grazie anche al contributo di stranieri che apprezzano e, loro sì, investono sul nostro territorio.
In questa grande confusione e ipocrisia, mi rimane chiaro solo un concetto: in Calabria si ergono in bella mostra le imponenti statue, in Liguria rimangono purtroppo solo facce di bronzo.














