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Cronaca | 11 novembre 2020, 18:00

Rapina al Compro Oro di Pietra Ligure, pesanti condanne del Gip per i 4 arrestati

I quattro si erano presentati con il volto travisato da caschi e passamontagna, ed armati di pistole clandestine avevano fatto irruzione nel negozio facendo razzia dei gioielli alla presenza della titolare e di altre due persone

Rapina al Compro Oro di Pietra Ligure, pesanti condanne del Gip per i 4 arrestati

5 anni e 6 mesi con le attenuanti generiche per Mario Folliero, 8 anni e 6 mesi per Guglielmo Capo, 6 anni per Massimo Pisciotti e 5 anni e 10 mesi per Ben Bahri Walid con il rito abbreviato.

Questa la sentenza di condanna del giudice per le indagini preliminari Fiorenza Giorgi nei confronti degli autori della rapina a mano armata commessa al compro oro “EuroXOro" di via Sordo a Pietra Ligure lo scorso 13 gennaio.

I quattro si erano presentati con il volto coperto da caschi e passamontagna, ed armati di pistole clandestine avevano fatto irruzione nel negozio facendo razzia dei gioielli alla presenza della titolare e di altre due persone.

L’articolata attività di indagine svolta dai carabinieri della Sezione Operativa della Compagnia di Albenga aveva consentito nell'aprile scorso, sotto il coordinamento del Pubblico Ministero dottoressa Elisa Milocco, di ricostruire una serie impressionante di reati commessi dai protagonisti della vicenda e dai loro “fiancheggiatori”, unendo tutti i pezzi di un complesso puzzle.

L’intensa attività investigativa aveva permesso di assicurare alla giustizia i quattro pericolosi malviventi (tre campani di 44, 37 e 28 anni ed il tunisino di 35), tutti residenti tra Loano e Borghetto S. Spirito. Rilievi tecnico-scientifici condotti in collaborazione con il RIS dei Carabinieri di Parma, l’attività d’intercettazione, l’incrocio di tabulati, l’analisi di ore ed ore d’immagini di videosorveglianza di sistemi pubblici e privati oltre a due mesi di lavoro avevano permesso di inchiodare i quattro.

Subito dopo la rapina del 13 gennaio i sospetti erano ricaduti sui tre italiani, poi riconosciuti autori del fatto. Il loro costante monitoraggio aveva permesso di risalire anche ai ricettatori ed in questo modo procedere al recupero di una parte consistente della refurtiva.

In questo modo si era fatta luce anche sulla rete sommersa di “fiancheggiatori” che si occupava dell’immediato smercio della refurtiva, tra questi un noto compro oro di Novi Ligure. Parte dei gioielli era stata infatti recuperata al termine di un lungo inseguimento sull’autostrada Torino/Savona.

Solo quando il quadro probatorio era risultato completo, con l’identificazione anche del quarto uomo, il tunisino senza fissa dimora e irregolare sul territorio nazionale, era scattato il blitz per la loro cattura.

Tuttavia quest’indagine aveva portato riscontri per certi versi inaspettati, permettendo di fare luce su un lunga serie di reati, anche gravi, che avevano colpito il territorio nell’ultimo anno.

Lo scorso 18 novembre una pizzeria di Borghetto Santo Spirito è stata data alle fiamme, e le conseguenti indagini denominate “Vesuvio” avevano permesso di arrestare una famiglia di origine campana (padre, madre e due figli) per tentata estorsione nei confronti del pizzaiolo e, successivamente, lo stesso pizzaiolo, insieme a due complici, per un furto in abitazione perpetrato in danno di un loro conoscente che sapevano essere all’estero per una breve vacanza. L’intuito investigativo aveva convinto gli inquirenti che ci fosse ancora dell’altro.

Infatti, gli stessi soggetti erano risultati essere responsabili, nel novembre 2019, del furto di un motociclo e dell’incendio di un’autovettura, un'azione che era stata vista come una rappresaglia nei confronti di uno spacciatore magrebino che si era “permesso” di non fornirgli dello stupefacente gratuitamente.

Durante le perquisizioni erano stati individuati due anonimi box a Loano, che venivano usati come basi operative e nei quali erano ancora occultati, tra le altre cose, lo scooter rubato, e due pistole di cui una con matricola abrasa, utilizzate per la rapina del 13 gennaio.

Ancora, i membri dello stesso sodalizio, avevano praticato la giustizia “fai da te” appiccando un incendio all’abitazione della famiglia partenopea che li aveva minacciati poco prima che fosse arrestata dall’Arma ingauna.

Luciano Parodi

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