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Attualità | 09 marzo 2021, 13:54

1971-2021: nasce proprio ad Albenga un video di animazione che celebra 50 anni di "sessualità consapevole" della donna

Il cortometraggio è stato realizzato per AIED Albenga da Nadia De Velo e Silvia Ferrari e poi diffuso a livello nazionale. Con Caterina Rossi del direttivo parliamo della storia e delle attività del consultorio

In apertura di articolo: un frame del cortometraggio di animazione. In fotogallery: alcune campagne "storiche" di AIED

In apertura di articolo: un frame del cortometraggio di animazione. In fotogallery: alcune campagne "storiche" di AIED

Provate a immaginare un mondo dove parole come “contraccezione”, “pillola”, “preservativo”, sono dei tabù insormontabili, tali da non poter essere nemmeno pronunciati in un luogo pubblico. Chi ha visto sulle piattaforme in streaming le serie tv di fantascienza incentrate su un futuro distopico, come “The mermaid’s tale”, penserà che si stia parlando di una di queste trame surreali. Invece questa era l’Italia di 50 anni fa. Proprio 50 anni, non “giorno più, giorno meno” ma “giorno esatto”.

È il 10 marzo del 1971 quando l’AIED (Associazione Italiana Educazione Demografica) trionfa nella sua battaglia “per una maternità libera e consapevole”.

Quel giorno di marzo, grazie all’azione politica dell’AIED, la Corte Costituzionale abroga con una sentenza l’art. 553 del Codice Rocco che vietava e puniva «la propaganda dei mezzi atti a impedire la procreazione». Il resto del Titolo X (Reati contro l’integrità e la sanità della stirpe) sarà invece abrogato nel 1978 con l’approvazione della legge 194 sull’aborto.

Fu così che in quegli anni fu riconosciuta anche in Italia e poté essere finalmente commercializzata come mezzo contraccettivo la pillola anticoncezionale, che rese le donne per la prima volta nella storia dell’umanità padrone del proprio corpo e della propria sessualità, indipendenti dalla volontà dei loro compagni, fidanzati, mariti.

Non è stata una conquista facile. Le prime proposte di legge per l’abrogazione dell’articolo 553 furono presentate pochi giorni dopo la costituzione dell’AIED nel 1953, da un gruppo di deputati laici e liberali, attivi sostenitori dell’associazione. Nonostante le molte firme autorevoli, tutte le proposte di legge si arenarono, negli anni, nelle commissioni del parlamento.

L’AIED apre nel 1956 il primo consultorio a Roma, e via via in altre città d’Italia per offrire consulenza alle donne sui metodi anticoncezionali. La distribuzione di opuscoli informativi e manifesti costituiva di per sé patente reato perché violava l’articolo 553: l’arrivo della polizia poteva bloccare attività e iniziative, ogni conferenza in tema di pianificazione delle nascite rischiava di essere interrotta, e i conferenzieri erano passibili di denuncia. Ma appunto a questo si voleva arrivare. Il metodo di lotta aveva un’esplicita valenza di disobbedienza civile: i militanti dell’associazione chiedevano la cancellazione della legge e sfidavano i rigori della legge stessa con azioni di disobbedienza civile.

Oggi, a 50 anni di distanza da quel traguardo importante, c’è anche un po’ di orgoglio albenganese nel celebrare la ricorrenza. Sono infatti proprio due giovanissime albenganesi che hanno realizzato uno spot, un vero e proprio cortometraggio d’animazione, della durata di un minuto e mezzo circa, che ripercorre quei fatti. L’idea è partita da Caterina Rossi, di AIED Albenga, che desiderava avere uno strumento capace di parlare ai giovani, affinché non si perdesse la memoria di quei fatti. Nadia De Velo, appena 21enne, ha fatto il resto, realizzando l’opera con i disegni animati della altrettanto giovane Silvia Ferrari. Il risultato ha conquistato l’AIED nazionale, che ha divulgato il video attraverso le proprie piattaforme Youtube e Facebook proprio a partire dal 10 marzo, data del cinquantennale.

Questo episodio ci offre lo spunto per approfondire, tra storia passata, attività presente e progetti futuri, una realtà viva ed importante come AIED Albenga. Ne abbiamo parlato con la già menzionata Caterina Rossi che è stata parte del nucleo fondante, ne ha ricoperto la presidenza per 18 anni ed è tuttora nel consiglio direttivo.

Partiamo con un po’ di storia: perché proprio Albenga?

“La sede albenganese nasce nel 1997 e inizia l’attività di consultorio nel 1998 ad opera di un gruppo di esponenti di AIED Genova, alla luce del fatto che in quel momento, mentre le realtà genovese e spezzina erano solide e strutturate, non ne esisteva una presente nel Ponente Ligure dalla Città della Lanterna fino al confine con la Francia”.

Quali momenti difficili avete dovuto superare in questi anni?

“Tanti. Ancora ai tempi della nostra nascita dovevamo confrontarci con il poco sostegno di alcune parti politiche e altre addirittura avverse. Solo nel 1975 in Italia sono stati costituiti i consultori (che per legge avrebbero dovuto essere attivati in sei mesi, invece ci sono voluti anni) ed ecco che nei primi ‘80 sono arrivati già i ‘tagli’ ai fondi economici. Ma forse il periodo più duro è proprio adesso: per questi 50 anni di lotte infatti avevamo programmato tanti eventi culturali dedicati a temi come l’autostima della donna, la sessualità e la sessualità in menopausa… Ma il Covid-19 ci ha costretto a congelare tutto. Li riproporremo più avanti”.

Oggi qual è il vostro ruolo?

“Ne abbiamo molteplici: il servizio pubblico non può coprire tutte le esigenze del territorio. Inoltre abbiamo diversi progetti in sinergia con il Comune di Albenga. L’educazione sessuale e sentimentale ha tante funzioni sociali, previene le violenze di genere e l’aborto. Noi offriamo servizi di consulenza gratuita con reperibilità h24 e supporto, soprattutto ai giovani, in una nazione tra le poche in Europa che non fa educazione sessuale/sentimentale nelle scuole. Anche le religiosissime Spagna e Irlanda ci sono arrivate da anni, l’Italia non ancora, nonostante i frequenti solleciti dell’UE. Basti pensare che parlando e confrontandoci con i ragazzi e ragazze che frequentano il consultorio scopriamo con amarezza che il massimo veicolo di consapevolezza sessuale è Youporn, con tutto il bagaglio di visioni distorte e frustrazioni che può imprimere in un giovane”.

Oggi da chi è composto il vostro staff?

“Per quanto riguarda il consiglio direttivo da due anni la presidenza è passata da me alla dottoressa Patrizia Battaglia. Nel direttivo ci siamo io, la psicologa Valentina Bigatto, la tesoriera Elena Sessarego e l’insegnante in pensione Emiliana Spadoni, che è stata anche tramite, negli anni, con le scuole del territorio.

Le collaborazioni esterne contano i ginecologi Vanessa Pizzorno, Daniela Gerbaldo e Mattia Maramai, gli psicologi Valentina Bracco, Mario Esposito e Alfredo Sgarlato, oltre alle su menzionate Patrizia Battaglia e Valentina Bigatto, il nutrizionista Umberto Gianatti, il senologo Giuseppe Rescinito, l’avvocato Roberta Gabei e l’ostetrica Paola Volonté”.

E tra i membri fondatori?

“Non vorrei dimenticare qualcuno, ma ci sono stati tanti medici e professionisti che hanno dato tanto per contribuire alla nascita di questo consultorio. Mi vengono in mente Sandra Chiodi, Rita Consoli,   Paolo Meszaros, Gisella Airaudi, Giambattista Tomatis”,più tanti altri che, successivamente, ne hanno contribuito alla crescita: Davide Brizzi, Martina Di Luca, Claudia Massarotti, Juliana Sema, Chiara Ferreccio, Diego Robaldo…

Nella speranza che la fase “horribilis” del Covid-19 vada presto a sfumare (finalmente), che cosa vedete nel vostro futuro?

“La volontà di portare  maggiore informazione ai ragazzi e nelle scuole, di superare gli stereotipi di genere, di rinforzare la fiducia e l’autostima della donna soprattutto nelle fasi più difficili della vita”.

Concludiamo con questa riflessione: è vero che il lockdown ha accentuato le violenze domestiche?

“Abbiamo letto anche noi queste statistiche, ma a livello di comprensorio nel quale operiamo non ci sono arrivate significative segnalazioni in più, forse anche, per quanto sia triste pensarlo, per la difficoltà di denunciare o anche solo di immaginare un modo diverso e migliore di vivere in una situazione di clausura come quella che abbiamo vissuto. Quando ci vengono segnalati episodi di violenza li veicoliamo verso il Centro Antiviolenza Artemisia Gentileschi, realtà che opera in modo specifico in questo campo. Però abbiamo riscontrato che per molti motivi, sarà la paura del domani, le preoccupazioni economiche, l’obbligo di convivenza in lockdown, le coppie hanno fatto molto meno l’amore. E questo è decisamente triste”.

 

 

 

 

A. Sg.

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