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Attualità | 02 maggio 2021, 10:14

La Fiaba della Domenica: "Saputella"

La storia della Canarina Saputella, nata dall'uovo migliore di tutti

La Fiaba della Domenica: "Saputella"

Saputella venne alla luce da un uovo diverso, anzi da un uovo migliore.

Come può un uovo essere migliore di un altro? Migliore di tutti gli altri?

Può forse essere più robusto e, quindi, meno vulnerabile agli attacchi dei predatori, può forse contenere, nei suoi componenti, maggiori fattori di nutrizione, può forse essere più lucente nel riflettere i dardi del sole mattutino, può forse essere più armonico ed essere stato lui, proprio lui, l’ispiratore del creatore del Maggiolino della Volkswagen. Ma migliore… che, forse, le altre uova siano peggiori in sostanza, in qualità, in capacità progettuali?

Può darsi, fatto sta che quell’uovo, l’uovo da cui nacque Saputella era migliore, anzi il  migliore! Dimenticavo di dire, sbadataggine!, che Saputella era una canarina e che, come tutti i canarini, come tutti gli uccelli, aveva visto la luce dalla cuspide superiore di un uovo, rompendone il guscio pian piano, con fatica e apprensione, approdando a questo mondo complicato con la piume rade e bagnate, nella semplicità di un uovo, sopravvissuto per ventura e per capriccio ai temporali, ai gabbiani, alle volpi, allo smog, ai bambini.

Ma il suo era sopravvissuto per volere di Dio, anzi no, perché Dio aveva voluto proteggere la progenie migliore, la stirpe migliore di Narciso e Castellana, due discreti gialli canarini che vivevano nel boschetto di acacie ai bordi della città, ritenendosi canarini “di zona”, nativi, stanziali ed autoriferiti, con il loro migliore mondo a portata di mano, diffidenti e malfidenti verso tutti i canarini proveniente da altrove, da “altra zona”, in fuga magari dall’inquinamento e dal disboscamento, supponenti e snobbanti i canarini “non di zona”, a loro dire meno gialli, meno lucidi, meno ciarlieri, meno svegli, meno belli, ecco, soprattutto meno belli da rimirare estasiati per ore come Castellana faceva con Saputella, la sua piccola canarina migliore.

Gli altri canarini, per quel sottile disegno divino che rende ognuno diverso dall’altro erano,  appunto, diversi, ma per Narciso e Castellana meno belli, meno intelligenti, meno da rimirare, meno in tutto.

E ciò,  se valeva per loro stessi, figuriamoci per il prodotto del loro migliore amore, la piccola canarina Saputella.

E ciò già a partire dall’uovo. Il migliore uovo possibile, come già abbiamo  visto, da curare con la migliore delle attenzioni, da pulire con la migliore tecnica di nettatura, da scaldare con il miglior calore canarinesco.

E con fatica,  con caparbietà, con pena, come tutti gli esseri viventi, venne alla luce la piccola canarina, con piccoli e flebili colpetti sul guscio dell’uovo, poi più netti e precisi,  infine frenetici, con quell’impulso di fuggire al soffocamento che gli uomini chiamano claustrofobia e che i canarini percepiscono come l’ancestrale paura di essere in gabbia per la gioia di bimbi in sovrappeso che li tormentano per farli cantare. Come nacque, la canarina venne chiamata dai suoi genitori Saputella.

Questo nome, per Narciso e Castellana, era l’icona vivente di ciò che speravano, di ciò che volevano nella figlia e per la figlia.

Saputella infatti lega in una sola parola “sapere” e “bella” : ecco, loro volevano una figlia sapiente e bella, bella e capace di stupire con il suo sapere, sapere spicciolo, sapere, direbbero gli uomini, “popolare”, quell’arguzia e quell’astuzia che consentono a un canarino di prevalere sull’altro, manipolando il primo la propria bellezza e la propria furbizia unicamente per il proprio tornaconto.
Il sapere delle fiction, dei reality, delle veline, dei quiz truccati, del silicone, della raccomandazione, tutto ciò, insomma, che ti fa essere migliore, anzi la migliore.

E così nacque Saputella, appunto, la migliore, grande vanto dei suoi genitori, piccola dea dell’effimero, luce degli occhi di mamma e papà.

Ogni volta che mamma Castellana parlava con chicchessia, con il fornaio, con lo spazzino, con l’amministratore, con la parrucchiera, con il dottore, lei, per cinque minuti dissertava dell’argomento in discussione, ma poi, cascasse il mondo, iniziava a illustrare le bellezze, le capacità, le performances di Saputella, a vantarne l’esclusività, l’incredibile superiorità, l’impensabile unicità.

Saputella era la più bella della sua classe, la più capace, la più intelligente, ineguagliabile e inavvicinabile, oggetto di puro desiderio per compagni e compagne, i primi che ne ambivano i favori, le seconde che, senza alcuna speranza, cercavano di imitarla.

E i genitori degli altri canarini, poi, che grulli! Alcuni ritenevano addirittura che la loro pupilla fosse migliore di Saputella! Che diamine erano forse ciechi? O forse sordi? O forse l’invidia era loro così cattiva consigliera da lenire le loro pene facendoli illudere di poter superare Saputella con i loro marmocchi beanti? Saputella era migliore nel canto, nel suono, nella danza, nei risultati scolastici, nello sport, e così via.

In realtà i risultati a scuola, nel canto, nel suono, nello sport, nella danza e così via di Saputella erano nella norma più standard, anzi un po’ tendenti al basso. Soprattutto a scuola Saputella arrancava, barcamenandosi sulla sufficienza.

Ma che diamine, certi professori non capiscono!

E poi, la politica docet, pensare di avere ragione equivale ad avere ragione!

E Narciso e Castellana avevano ragione! Saputella era la migliore!

E se i risultati fotografavano una realtà diversa, erano i risultati a non capire nulla, così falsi, così invidiosi.

I risultati sono figli dei fatti: e i fatti, si sa, non dicono nulla.

Ciò che importa è come noi vediamo i fatti.

La storia lo insegna: terribili tirannidi, fatti incontrovertibili, sono state gabellati come “ il sol dell’avvenire”, tuttalpiù necessari passaggi per l’avvento del Bene supremo. Che importano milioni di morti ammazzati, è l’idea quella che conta!

E così i due canarini, convinti che la figlia Saputella fosse la migliore, ne determinarono il destino. Saputella crebbe con il beccuccio all’insù, sempre altezzosa, sempre scostante, sempre algida e inavvicinabile.

La madre Castellana, ai dubbi della povera Saputella che voleva sentirsi mediocre come tutti gli altri, per poter così avere amicizie ed affetti, ogni sera propinava il viatico dell’ “ essere migliore”. Tu devi selezionare, o mia Saputella, non puoi giocare o studiare con questo o con quello, con il figlio di questo o di quello. Tu devi stare solo con chi è “ di zona”, devi vedere prima la famiglia, la moralità, la virtù, il conto in banca, la professione del padre, e poi, forse, potrai giocare e studiare con lui o con lei.

Che importava alla madre se Saputella, ovviamente, non aveva strumenti per conoscere a priori tutto ciò, se, per conoscere tutto ciò, la figlia doveva sostare per mesi nel limbo dell’astensione dal fare, dall’agire, dal coinvolgersi! Povera Saputella! Era sola, sempre più sola; frequentava sì compagni e compagne, guardati sempre con sospetto dai suoi genitori, ma distaccata, “ un passo più in là”, “ un cinguettio di un tono più alto”, sempre pronta alla fuga, mai pronta a essere se stessa, con il viatico materno stampato nel cuore, con negli occhi l’immensa tristezza legata a un presumersi migliore, nel sentirsi invece peggiore per invidiare la semplicità, la spontaneità, la gioia, la felicità degli altri canarini.

E poi la sua croce era il controllo! L’autocontrollo! Un “ migliore” non può coinvolgersi, non può lasciarsi coinvolgere, non può accomunarsi in una tavolata di ilari, in una gara di barzellette, in un concerto rock, piangere e gioire per la squadra del cuore, intenerirsi per una poesia, commuoversi per una fiaba, non può innamorarsi senza prima aver riflettuto a lungo, non può mangiare più del dovuto, non può neppure pensare alla più innocente delle trasgressioni!

La “migliore”,poi, deve avere contegno, portamento, risposta pronta e mordace, furbizia volpina e nessuna pietà per gli allocchi che, guarda caso, non sono canarini ma proprio allocchi!

Ogni volta che il cuore di Saputella dava un extra-battito, la canarina si ricomponeva immediatamente, ogni sussulto la faceva rientrare con vergogna, ogni moto spontaneo era roba da volgo, non certo materia per “migliori”!

Sua madre Castellana passava il tempo, attimo dopo attimo, a instillare nella figlia la convinzione che tutto era controllabile, tutto era ponderabile; “ con la testa sul collo nulla ti potrà capitare!” affermava sempre Castellana, “ tu sei la migliore, nessuno si può avvicinare a te e se lo fanno devi prima valutarne i vantaggi per te e la tua famiglia”, aggiungeva Narciso.

Gli altri giovani canarini si divertivano come spesso i giovani sanno fare: a volte sì, a volte no, in quella dialettica di noia ed euforia che ci consente di crescere, elaborando i sogni nei momenti di noia e mettendoli alla prova, insieme a noi, nei momenti di euforia.

Ma Saputella si negava il divertimento, per lei la noia era puro tedio, per lei l’euforia era solo il poter essere lasciata in pace dalla madre e il non sentirsi la parola “ controllo”.

Ma il destino che spariglia in un attimo le carte e i castelli di carta che gli individui faticosamente e orgogliosamente costruiscono sulla sabbia delle loro certezze era in agguato: ed aveva le fattezze e la protervia del corvo Lucifero.

Lucifero era noto a tutti gli uccelli “ di zona” e “ non di zona”: era il portatore di oblio, di eccitazione, di sballo, di morte, era quello che gli uomini definiscono “ spacciatore di droga”.

Conosciuto e, ahimè, tollerato entrava e usciva dalla prigione degli uccelli e, come usciva, subito si arricchiva con il suo sporco mercato.

All’uscita da scuola, nei bar, soprattutto nelle discoteche, lo si vedeva furtivo e guardingo, ma anche spavaldo, passare e ripassare di mano in mano “qualcosa” ai giovani che incontrava.

Avevano un bel dire i genitori, gli insegnanti, il parroco, i poliziotti di stare alla larga da Lucifero.

Molti giovani lo scacciavano, anche in malo modo, ma ahimè molti altri partecipavano al lurido commercio. E i secondi erano sempre di più.

Fra i canarini si era diffusa la tremenda convinzione che un “ grano bianco”, a volte a forma di cuore, a volte di coccodrillino, a volte addirittura a forma di uccellino, non fosse pericoloso; anzi i giovani canarini si convincevano l’un l’altro quanto fosse bello e “pazzesco” sentirsi forti, belli e “invincibili” dopo aver beccato il “grano bianco”.

E, si sa, tra i giovani la malattia più tremenda è proprio l’omologazione: se gli altri lo fanno, lo faccio anch’io, se gli altri beccano ogni tanto il “ grano bianco” lo voglio beccare anch’io.

Soltanto i migliori resistono, solo i migliori non cedono alle lusinghe mortali delle sirene dell’omologazione. Ma i veri migliori, quelli veri! Quelli la cui famiglia ha insegnato il rispetto per gli altri unitamente al rispetto per se stessi, quelli la cui famiglia ha insegnato ad accettare i propri limiti, a gioire delle piccole cose, a faticare nelle conquiste, ad amare la vita così come è, con le sue contraddizioni e le sue inevitabili amarezze, a coinvolgersi nel donare e nel donarsi con il sorriso verso gli altri, soprattutto se non sono “ di zona”.

E direte voi, Saputella? Tutto a posto, lei era la migliore! I più attenti tra voi, però, avranno già capito che le cose non andarono così. Saputella che, ahimè, di migliore non aveva nulla, fu facile preda di Lucifero. Ci voleva così poco, pensò Saputella per sentirsi, una volta nella vita, felice, per sentirsi, una volta nella vita, uguale agli altri.

Bastava ingoiare un “grano bianco” e Lucifero era lì, pronto a porgerglielo! Chi l’avrebbe saputo? Nessuno! Men che meno i suoi genitori! E così fu! Saputella assunse il suo primo “ grano bianco”, ma fu anche l’ultimo!

Saputella, poco dopo, entrò in coma e non si risvegliò mai più. I suoi genitori, seppellendola, fecero scrivere sulla lapide: “qui giace la migliore delle figlie”.

 Tratto da: "Le fiabe per... sviluppare l'autostima (un aiuto per grandi e piccini", di Elvezia Benini e Giancarlo Malombra, collana "Le Comete", Franco Angeli Editore. Con il patrocinio dell'Unicef. 

GLI AUTORI:

Elvezia Benini, psicologa, psicoterapeuta a orientamento junghiano, specialista in sand play therapy, consulente in ambito forense, già giudice onorario presso la Corte d'Appello di Genova. Autrice di numerose pubblicazioni a carattere scientifico.

Cecilia Malombra, psicologa clinica, specializzanda in criminologia e scienze psicoforensi, relatrice in convegni specialistici per operatori forensi e socio-sanitari. Autrice di pubblicazioni a carattere scientifico.

Giancarlo Malombra, giudice onorario presso la Corte d'Appello di Genova sezione minori, già dirigente scolastico, professore di psicologia sociale. Autore di numerose pubblicazioni a carattere scientifico.

Associazione Pietra Filosofale

L’Organizzazione persegue, senza scopo di lucro, finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale mediante l’esercizio, in via esclusiva o principale, delle seguenti attività di interesse generale ex art. 5 del D. Lgs. 117/2017:

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In concreto l’associazione, già costituita di fatto dal 27 gennaio 2016 e che ha ideato e avviato il concorso letterario Pietra Filosofale di concerto con l'amministrazione comunale, intende proporsi come soggetto facilitatore, promuovendo e stimolando proposte di cultura, arte e spettacolo sul territorio, organizzazione di eventi culturali e/o festival, ideazione e promozione di iniziative culturali anche in ambito nazionale, costruzione, recupero e gestione di nuovi spazi adibiti a luoghi di Cultura Permanente, anche all’interno di siti oggetto di riqualificazione e/o trasformazione quali ad esempio l’ex Cantiere Navale di Pietra Ligure, come già attuato nel 2018 presso la Biblioteca Civica di Pietra Ligure, ove ha curato un percorso specifico di incontri dedicati alla salute e al benessere attraverso il progetto Il sogno in cantiere": il sogno, in onore e ricordo del cantiere navale che un tempo a Pietra Ligure ha dato vita a tante navi che sono andate nel mondo, vuole ritrovare nel “Cantiere” il luogo di cultura permanente dove poter trascorrere un tempo dedicato al pensiero del cuore, per nutrire l'anima con letture, scrittura creativa, musica, conferenze, mostre.

La “Filosofia dell'associazione” è quella di ridare vita al "Cantiere" in una nuova forma e in un nuovo spazio, ma con lo stesso intento di progettare e costruire "mezzi" speciali, per poter viaggiare con l'immaginazione, strumento di fondamentale importanza per creare spazio e tempo migliori in cui vivere.

L'Associazione vuole favorire l'alchimia di differenti linguaggi, promuovendo spazi di arte, cultura e spettacolo, convogliando le energie nascoste, rintracciando il messaggio archetipico attraverso la narrazione, tentando di recuperare i meandri del proprio Sé, per creare momenti di incontro, scambio e ascolto e per gioire dell'Incanto della Vita. L'aspetto narrativo si è già concretizzato nel 2016 attraverso l'esperito Concorso letterario sulla fiaba; la fiaba è metafora di vita: se il suo linguaggio è ricco e articolato, anche la vita, di conseguenza, sarà ricca e articolata, capace, come per i personaggi delle fiabe, di conservare una nicchia di libertà che faccia considerare l'alterità, l'altro, come un patrimonio da tesaurizzare. L'intento è quindi quello di compiere il “varo” di un “Festivalincantiere” quale contenitore di numerose iniziative, in primis il recupero del concorso letterario sulla fiaba, per poter consentire di viaggiare con l'immaginazione, strumento di fondamentale importanza per creare uno spazio e un tempo migliori in cui vivere e per offrire al Comune l'ampliamento della propria visibilità culturale sia a livello locale sia nazionale e oltre.

«I luoghi hanno un'anima. Il nostro compito è di scoprirla. Esattamente come accade per la persona umana.» scrive James Hillman

La triste verità è che la vera vita dell'uomo è dilacerata da un complesso di inesorabili contrari: giorno e notte, nascita e morte, felicità e sventura, bene e male. Non possiamo neppure essere certi che l'uno prevarrà sull'altro, che il bene sconfiggerà il male, o la gioia si affermerà sul dolore. La vita è un campo di battaglia: così è sempre stata e così sarà sempre: se così non fosse finirebbe la vita. (C.G.Jung, L'uomo e i suoi simboli)

Pedagogia della fiaba

La fiaba è metafora di vita: se il suo linguaggio è ricco e articolato, anche la vita, di conseguenza, sarà ricca e articolata, capace, come per i personaggi delle fiabe, di conservare una nicchia di libertà che faccia considerare l'alterità, l'altro, come un patrimonio da tesaurizzare e non come un competitor o peggio come un diverso stigmatizzabile in minus da omologare coercitivamente.

"L'aspetto linguistico così intenso ed evocante contesti e costrutti, spesso caduti nell'oblio, è il necessario contenitore, è la pelle del daimon che consente a ciascuno di riappropriarsi di conoscenza e di dignità, ricordando a tutti e a ognuno che l'ignoranza è la radice di tutti i mali". (Giancarlo Malombra in "Narrazione e luoghi. Per una nuova Intercultura", di Castellani e Malombra, Ed Franco Angeli). 

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