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Attualità | 14 gennaio 2026, 15:31

Iran, la voce di Feri Moghadasi: "Situazione tremenda, non riusciamo a comunicare con i familiari. Ma guardiamo i giovani abbattere la teocrazia"

La famiglia Moghadasi divisa dal blackout delle comunicazioni, spezzato il "filo" tra Genova e Teheran. Fereydoon e la sorella Sharareh sono punti di riferimento della comunità iraniana in Liguria

Iran, la voce di Feri Moghadasi: "Situazione tremenda, non riusciamo a comunicare con i familiari. Ma guardiamo i giovani abbattere la teocrazia"

Da oltre quarant’anni vive in Liguria, ma non ha mai reciso il legame con Teheran, la città che lasciò a 19 anni. Fereydoon Moghadasi, da studente di architettura a ideatore del primo hammam orientale in Italia, punto di riferimento a Genova, conosce a fondo sia la sua terra natale sia l’Occidente. Oggi 47enne, non ha mai smesso di dire ciò che pensa, così come sua sorella Sharareh, arrivata in Italia per studiare ostetricia e referente della comunità iraniana ligure. La violenta repressione seguita alle proteste esplose lo scorso 28 dicembre contro il regime degli ayatollah ha interrotto le comunicazioni con i familiari rimasti nella capitale della Repubblica Islamica.

Feri, da quanto tempo non riuscite più a sentire i vostri familiari?

«L’ultima volta sono riuscito a contattarli circa due settimane fa. Mio padre ha 94 anni ed è a Teheran, insieme ad altri tre fratelli e ai cugini. La situazione delle comunicazioni è critica, come ormai è noto: il blocco di internet e della telefonia serve a isolare la popolazione e a impedire il flusso di informazioni, rendendo quasi impossibile verificare qualsiasi dato dall’esterno. In più, gli emissari del governo stanno rimuovendo le parabole satellitari dai tetti per costringere la gente a guardare esclusivamente la televisione statale; anche in questo caso vogliono impedire che la gente veda cosa si fa in Occidente. L’unico filo, debolissimo, è quello garantito da Starlink, ma è limitatissimo e comunque circoscritto a poche utenze, soprattutto nella capitale».

Quando è stato a Teheran l’ultima volta? Che aria si respirava? C’erano segnali premonitori?

«Il malcontento è radicato da tempo. Le proteste e le repressioni che abbiamo visto negli anni sui media, già prima di questo movimento di piazza, dimostrano come il popolo iraniano cerchi una via d’uscita dalla teocrazia, per quanto possibile di fronte alla brutalità della cosiddetta polizia morale. Ma dovrei dire che sono 14 secoli che gli iraniani vivono sotto un giogo che non sentono proprio. Hanno aumentato leggermente gli stipendi di recente, ma in modo ridicolo rispetto a un’inflazione mostruosa che ha distrutto il potere d’acquisto. Si percepisce una consapevolezza diffusa: non solo di un governo oppressivo, ma anche incapace, che dirotta le risorse del petrolio e della petrolchimica verso Hamas, gli Houthi, Hezbollah. Questa consapevolezza non è più solo dei giovani, ma attraversa tutta la società».

Che ricordi conserva dell’Iran della sua giovinezza?

«Lo stile di vita non era diverso da quello occidentale. Si andava a ballare, c’erano svaghi, locali, attrazioni. Si vedevano ragazze in bikini, esattamente come in Europa. Mancava la libertà di espressione politica, questo sì: lo scià era un dittatore moderno, autoritario ma relativamente moderato. Però c’era libertà sociale, migliaia di volte maggiore rispetto a ciò che è accaduto dal 1979 in poi. Purtroppo il popolo iraniano è sempre stato attratto dal culto della personalità».

Cosa pensa e cosa spera possa accadere adesso?

«Spero che questa sia l’ultima rivolta e che riesca a rovesciare il regime di Khamenei. In Occidente si è finalmente visto come viene trattata la donna in Iran: non ha diritti, non può divorziare liberamente, non può mantenere i figli; la sua testimonianza vale la metà di quella di un uomo. Mi auguro che tutto questo venga spazzato via. L’Iran oggi vive un Medioevo, nel senso più oscurantista del termine, e vuole tornare alla libertà. Dubito che ci sarà una restaurazione monarchica in senso stretto; se mai avverrà, si vedrà in quale forma: costituzionale, democratica o altro. Anche se dovesse essere Reza Pahlavi a governare, essendo cresciuto come noi in Occidente, non riproporrebbe le restrizioni dello scià. Intendo dire che la mia speranza è quella di una libertà di espressione per tutti gli iraniani».

Le milizie si stanno proprio sui giovani, con esecuzioni sommarie: cosa vogliono davvero i giovani iraniani?

«Prima della Repubblica Islamica, nella lunghissima storia dell’Iran non era mai esistita una vera teocrazia. Prima dell’islamizzazione, gli iraniani erano legati allo zoroastrismo e, nei secoli, hanno subito forzature profonde nel loro modo di vivere e di pensare. Oggi i giovani iraniani spesso non sanno nemmeno pregare, non sono attratti dalla religione. Paradossalmente, Khomeini e i suoi successori hanno ottenuto l’effetto opposto alle loro intenzioni: allontanare le nuove generazioni dalle imposizioni religiose. Ora i giovani vogliono solo allontanarsi dal fanatismo e avere le libertà che sono state sempre negate dal regime».

Redazione

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