Riceviamo e pubblichiamo:
"Negli ultimi decenni, la cementificazione eccessiva del territorio è diventata una delle principali criticità ambientali, soprattutto nei Paesi fortemente urbanizzati. Con questo termine si indica la trasformazione di suolo naturale o agricolo in superfici artificiali — strade, edifici, parcheggi — spesso senza una pianificazione sostenibile. Il fenomeno non riguarda solo le grandi metropoli, ma interessa anche aree costiere, zone rurali e piccoli centri urbani".
"Uno degli effetti più evidenti della cementificazione è il consumo di suolo. Quando il terreno viene coperto da asfalto o cemento, perde la sua capacità di assorbire l’acqua piovana, aumentando il rischio di alluvioni e dissesto idrogeologico. In territori fragili, come molte aree italiane, questo problema si traduce in frane, esondazioni e danni ingenti a infrastrutture e abitazioni".
"Se consideriamo che ormai stiamo costruendo fittiziamente nuove case in zone agricole, probabilmente utilizzando gli stessi mappali più volte, senza che ad esse segua un reale piano aziendale previsto per legge, costringendo in tali aree modificazioni degli scoli, dei rii, ed eseguendo profonde escavazioni per servizi ed altro, rendendo di fatto molto meno resilienti le aree agricole".
"Dal punto di vista ambientale, la perdita di suolo naturale comporta anche una riduzione della biodiversità. Gli habitat vengono frammentati o distrutti, mettendo a rischio numerose specie animali e vegetali. Inoltre, il suolo svolge un ruolo fondamentale nel ciclo del carbonio: meno terreno permeabile significa minore capacità di assorbire CO₂, contribuendo indirettamente al cambiamento climatico".
"La cementificazione ha anche conseguenze sociali e qualitative. Le città eccessivamente urbanizzate tendono a diventare più calde — il cosiddetto ‘effetto isola di calore’ — e meno vivibili. La mancanza di spazi verdi influisce sul benessere psicofisico dei cittadini, riduce le occasioni di socialità e peggiora la qualità dell’aria. Ad esempio, i nostri paesi costieri sono ormai giunti oltre questa soglia, divenendo sempre più critiche le condizioni di vita dei residenti: caos della circolazione, carenza d’acqua pura (sempre più pescata e clorata), sanità (tempi di attesa biblici), rumore, innalzamento dei costi per fronteggiare aggiornamenti dati dall’elevato numero di nuove case (depuratori, stazioni di pompaggio, elettricità, ecc.)".
"Le cause di questo fenomeno sono molteplici. Tra queste, la speculazione edilizia, la crescita demografica, la cattiva pianificazione urbanistica e, in alcuni casi, una normativa poco rigorosa o mal applicata. Spesso si costruisce nuovo invece di recuperare l’esistente, consumando ulteriore territorio invece di valorizzare ciò che è già disponibile".
"Per contrastare la cementificazione eccessiva, è necessario adottare strategie sostenibili. Tra queste, la rigenerazione urbana — ovvero il recupero di edifici e aree dismesse — rappresenta una soluzione efficace. Allo stesso tempo, è fondamentale promuovere politiche di tutela del suolo, incentivare la creazione di spazi verdi e limitare nuove costruzioni non necessarie".
"La sfida dei prossimi anni sarà trovare un equilibrio tra sviluppo e tutela ambientale. Ridurre la cementificazione non significa fermare il progresso, ma orientarlo verso modelli più responsabili e duraturi. Solo così sarà possibile preservare il territorio per le generazioni future, garantendo al contempo qualità della vita e sicurezza per chi lo abita".
"I nostri comuni, costieri che d’entroterra, ma soprattutto quelli della costa, hanno raggiunto livelli ormai insostenibili, con il rischio che tutto inizi a rivolgersi contro nel momento in cui nuove crisi finanziarie coinvolgano anche i valori immobiliari, che oggi paiono non avere limiti. Porre, come si è fatto negli ultimi 25 anni, l’intero fabbisogno economico sull’investimento e la gestione immobiliare, dove intorno ad esso ruotano migliaia di operatori — Comuni compresi — non ci lascia un grande spazio di garanzia qualora il prezzo del mattone cali, specialmente nella nostra zona, dove in passato l’equilibrio economico era dato da migliaia di posti di lavoro dipendente e da una fetta di turismo gestita".
Ivano Rozzi













