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Eventi | 29 settembre 2012, 08:32

Loano, mostra di ceramiche d'arte e presentazione del libro ”la donna che diventerò”

Loano, mostra di ceramiche d'arte e presentazione del libro ”la donna che diventerò”

Verrà presentato a Loano, questo pomeriggio alle 17.30, presso l’Hotel Garden Lido, insieme alla mostra della collezione di dodici bottiglie d’arte in ceramica che rappresentano le protagoniste dei racconti, il volume “La donna che diventerò”.

Edito dalla casa editrice Hever, con le straordinarie immagini di Enrico Formica, il volume è stato presentato in anteprima nel corso dell’edizione 2012 del Salone Internazionale del Libro di Torino.

Una rilevante ragione storico-artistica lega Loano e l’Hotel Garden Lido a Castellamonte e alla  storia della sua ceramica.

Progettato e costruito nella prima metà degli anni Sessanta dall’architetto castellamontese Cesare Acrome, l’edificio ha pareti, interne, ma, soprattutto, esterne, realizzate dal ceramista Renzo Igne. Si tratta  di un’opera di grande bellezza, di notevoli dimensioni e sublime qualità estetica.

La famiglia Magnetto, proprietaria dell’Hotel, per mezzo della propria Fondazione, ha sempre dimostrato grande sensibilità, attenzione e considerazione per il valore artistico del lavoro di Renzo Igne.

Tale interesse è dimostrato anche dalle due mostre organizzate nel 2010 e 2011 in occasione del decennale della scomparsa dell'artista.

Curate da Silvia Coppo, una delle autrici dei racconti di “La donna che diventerò”, e patrocinate dal Comune di Loano, le mostre presentavano, negli eleganti e luminosi locali dell’Hotel, la prima, una selezione inedita di sedici Natività e la seconda “L'inno alla natura dei frutti della terra”.

Anche questa volta, in occasione della presentazione del volume e delle opere di Maria Teresa Rosa, la disponibilità della famiglia Magnetto e della direzione dell'Hotel ad ospitare un evento culturale che rimarca il legame tra Castellamonte e Loano, non è venuto meno, così come l'interesse culturale riservato all'evento da parte del Comune di Loano che ha nuovamente concesso il patrocinio.

Il libro nasce nel 2010 da una intuizione della ceramista castellamontese. Nell’arco di poco tempo, l’artista riunisce un gruppo di donne, scrittrici per caso o per professione, molto diverse per carattere o scelte di vita, che spesso non si sono mai incontrate prima, e sottopone loro un elenco di personaggi femminili tra cui scegliere una protagonista, uno stereotipo da ricreare, a cui dare una nuova personalità o una nuova storia. Parte così un’avventura creativa al femminile tra arte, letteratura, psicologia e introspezione che, in poco più di un anno, ha portato alla stesura di dodici racconti ispirati a personaggi femminili noti, reinventati, a cui la ceramista ha dedicato altrettante opere ceramiche.

A dar vita al volume “La Donna che Diventerò”, a questo punto, non poteva che essere un editore donna e così, nel 2012, in una assolata mattinata di gennaio, Maria Teresa Rosa ha incontrato Helena Verlucca che, affiancata dal padre Cesare ha, da subito, deciso di curare la stampa del libro editandolo con la Hever.

Spiega la ceramista: “Dodici donne, hanno contribuito alla realizzazione di questo volume sposandone la filosofia. L’idea che si possa reinventare una vita già scritta e consumata, con la sola forza dell’intenzione, è un atto liberatorio di grande significato simbolico. Per derivazione, da questo atto, prendono origine altre trasformazioni esistenziali che danno vita ad una infinita reazione a catena di possibili cambiamenti.  

La segnata differenza della personalità delle autrici dei racconti, è un aspetto fondamentale di questo progetto che è forte di un ventaglio di punti di vista originali e mai scontati. I racconti sono opera di Alessandra Ariagno, Debora Bocchiardo, Gabriella Bona, Silvia Coppo, Daria Dadam, Piera Giordano, Sandrine Jouvenon, Gabriella Mannelli, Liliana Omegna, Gianna Pascarelli, Elisabetta Porta e Adriana Ricca.

Come è nata questa idea? Per capire le origini di questo progetto bisogna partire dalla famosa scena di Nora in Casa di Bambola, di Ibsen, in cui la protagonista è sulla porta di casa. Il marito, Torvald, tenta con ogni ragionevole argomento di convincerla a restare, ma Nora è irremovibile e inesorabile. Lei è lucida e implacabile e dice: “Come posso risponderti? Non so quello che accadrà di me, non conosco la donna che diventerò”. Nora sta lasciando casa, marito e figli o piuttosto se stessa per andare a cercarsi? Non è più la bambola, la lodoletta, e nemmeno lo stereotipo di donna, moglie e madre che tutti ritengono che sia.

Ma quanto pesa un nome? Molto, se quel nome è Nora, Rossella, Emma o Cassandra. Pesa quanto lo stereotipo che si porta addosso.

Maria Teresa Rosa non è nuova alla creazione di “Bottiglie Indossatrici” che diventano oggetto di contenuto per significati simbolici e si fanno interpreti, di volta in volta, dei più disparati argomenti. Famose ormai a livello nazionale sono le collezioni dedicate ai vini d’Italia, quella dei cibi o quelle dedicate alle opere di Giuseppe Giacosa. Dice l’artista: “Ogni volta che creo una collezione di bottiglie in ceramica, sebbene nessuno me lo imponga, attribuisco un nome a ciascuna bottiglia e mi misuro con il significato altro di quel nome. La prima collezione nacque nel 2005, quando Enzo Biffi Gentili curò la 45a Mostra della Ceramica di Castellamonte e ideò la sezione The Crazy Bar - Alta gradazione. Il Crazy Bar era abitato da bottiglie in ceramica di storica provenienza e mi piacque l’idea di creare una collezione di bottiglie dandole una mia personale e attuale interpretazione. Le bottiglie sono diventate per me una fonte di ispirazione creativa continua e appagante. Ho l’impressione che possano indossare e contenere qualunque cosa: una storia, un argomento, un sentimento, un significato, un dubbio. E mentre peso un nome per una delle mie bottiglie, mi appare evidente che se, nell’immaginario collettivo spesso gli corrisponde uno stereotipo, quello stesso stereotipo tiene prigioniero il personaggio che porta quel nome. Mi pare di ricordare che sia stato a questo punto del ragionamento che ha avuto origine l’idea. Quella di liberarle. Liberare le donne che prestano il nome alle mie bottiglie, cambiandone la vita per affrancarle dal loro stereotipo”.

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