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Attualità | 12 luglio 2020, 10:32

La Fiaba della Domenica: "La iena che voleva essere leone"

L'antico regno di San Pomodoro era fortemente in subbuglio: inquietudine, angoscia, rabbia, incredulità, ansia per il futuro la facevano da padrone

La Fiaba della Domenica: "La iena che voleva essere leone"

La iena che voleva essere leone

L'antico regno di San Pomodoro era fortemente in subbuglio: inquietudine, angoscia, rabbia, incredulità, ansia per il futuro la facevano da padrone.

I sudditi, tutti gli abitanti erano in preda a un'agitazione senza pari e senza sosta quasi come se un esercito di formiche avesse assalito ognuno di loro.

Come quando in lontananza i nembi si accumulano per colpire con forza, come quando la spirale mefitica della tromba d'aria vortica su di te pronta a ghermirti, come quando la calura brucia gli ultimi fili d'erba rimasti per fornire nutrimento, ecco che un'indefinita sensazione di smarrimento aveva pervaso ogni essere vivente.

E qual era la causa di tanta inquietudine, di quella vera e propria disperazione? La ragione di quello stato di cose era legata al fatto che Re Leone, lo storico regnante di San Pomodoro, aveva deciso, dopo lunga meditazione, di portare altrove la fiaccola del Bene con la quale distribuiva da anni e anni saggezza e governo nel difficile e intricato garbuglio del Regno degli Animali, San Pomodoro appunto.

Questo regno, situato nella Foresta Nebbiosa, godeva di prosperità e di grande tranquillità da quando, molti e molti anni prima, il Re Leone ne aveva assunto il comando.

Ognuno sapeva di poter contare sul Re, ogni animale era certo di essere ascoltato nelle proprie lagnanze, ma soprattutto nelle proprie pene personali e familiari, ogni suddito aveva un forte, solido e incrollabile punto di riferimento.

La porta di Re Leone era sempre aperta, a ogni ora, senza liturgie o cerimonie, bastava cercarlo e lui rispondeva, mettendosi in gioco in prima persona nella soluzione dei problemi di tutti.

E file e file di questuanti venivano ricevute: ognuno ascoltato con la stessa attenzione degli occhi e del cuore, il primo come l'ultimo, la colomba come la serpe, il facocero come la volpe, il nobile destriero come l'umile talpa.

Ad ognuno Re Leone dispensava perle di saggezza, buon governo, aiuto concreto e gocce del proprio sudore, nella certezza di dissipare ogni dubbio e nel dubbio di quale certezza fornire.

Il Regno di San Pomodoro era così cresciuto nei sudditi e nella fama. I primi perché, attirati dalla fama di grande prosperità, giungevano a frotte anche da lidi lontani, la seconda perché gli stessi sudditi portavano in ogni sito remoto della foresta la grande bontà e la mirabolante abilità di Re Leone. Questi, con tenacia e pazienza, risolveva i casi più difficili, le dispute più aspre, le tenzoni più ardue, le questioni più disparate e i suoi fidi scudieri sapevano sempre che una sua parola, un gesto o uno sguardo avrebbero sanato anche il torto più infame.

E così San Pomodoro cresceva e prosperava negli anni e nel tempo, in quel tempo che è così perfettamente scolpito, così collettivamente accettato che si pensa non debba mai trascorrere, quasi che il susseguirsi di istanti graditi anestetizzi l'invecchiare del mondo.

Ma, ahimè, il mondo invecchia e con esso gli animali e le persone, le buone cose e le consuetudini, la Fiaccola del Bene così come il Pomo d'Oro, quella fiaccola e quel pomo che erano il simbolo per eccellenza dell'eccellenza di Re Leone e di San Pomodoro.

Quante battaglie aveva vinto il Re Leone! Contro tutti e contro tutto: lui, armato della sua fiaccola, il buon senso, e del suo pomo, la sensibilità, inviso agli altri regni e invidiato dagli altri regnanti, circondato dal suo alone sciamanico e carismatico, riusciva sempre a spuntarla, anche nelle situazioni più difficili, con franchezza e determinazione, con il rispetto più assoluto di tutti, soprattutto degli umili da nessuno ascoltati, sfrondando le questioni dagli inutili orpelli, utili solo ai liturgici inetti che amano riunirsi intorno a un tavolo a parlare per ore di ciò che lui chiamava “aria fritta”.

Ma era ora di fermarsi: nulla è eterno, se non lo scorrere del tempo e per Re Leone di tempo molto ne era trascorso.

Sbigottimento, devastazione dell'anima, lacrime, implorazioni di restare, offerte, increduli e tremebondi quesiti: ciò pervase, come un tuono che squarcia d'estate il frinire delle cicale, i sudditi di San Pomodoro.

Che fare senza Re Leone? Che via intraprendere? Che oracolo ascoltare?

Certo i suoi insegnamenti avevano lasciato un forte segno, ma la sua assenza, certamente, avrebbe riempito il cuore più della sua presenza, con il rischio di farlo scoppiare.

Ma il dado era tratto, Re Leone aveva ormai scelto, quasi che la sua carica di Bene per San Pomodoro avesse lui scaricato.

Altri lidi lo attendevano, quei lidi di contemplazione che, voltando all'indietro lo sguardo, ti permettono di attingere acqua cristallina e nuova linfa vitale.

Chi avrebbe preso il suo posto? Chi avrebbe potuto, anche lontanamente, improntare il governo alle lungimiranti vedute di Re Leone? Chi avrebbe ascoltato tutti senza condizioni come il grande Re? Chi avrebbe proseguito nel solco da lui tracciato? Chi poteva garantire lo stesso lustro adamantino e la cristallina fama a San Pomodoro senza offuscarne la vivida luce?

E il regnante supremo, tra tutti i possibili animali decretò una assurda lotteria, una gara di furbizia con assurde prove di abilità che nulla potevano avere a che fare con l'anima di San Pomodoro.

E, si sa, pochi animali eccellono nelle dispute levantine e, guarda caso, toccò proprio alla iena l'arduo e onorevole compito di proseguire l'annoso, lungo e importante lavoro di Re Leone, l'improba e grandiosa opera di almeno mantenere la prosperità grandiosa e l'eccellenza di respiro di San Pomodoro.

E la iena si dimostrò subito all'altezza... della propria fama di belva che, priva della forza del leone, ne scimmiotta pavidamente la scena, priva del carisma del leone trucca i suoi attacchi aggredendo animali già morti, priva della creativa baldanza del leone, organizza putrefatti banchetti di gruppo disciplinati da regole precise, essendo privi delle regole del vitale e amorevole ascolto.

La iena, spelacchiata, maleodorante e claudicante cugina del fiero lupo non poteva, ovviamente, neppure nel migliore dei propri sogni, sperare di essere amata dai sudditi come Re Leone, accettata da subito con la deferenza a lui riservata, avere riscontro e risonanza dentro e fuori dal regno come quelli di lui: giocò allora d'astuzia, da iena qual era.

Cominciò, giorno dopo giorno, fatto dopo fatto, atto dopo atto, a denigrare, mistificare, intorpidire, inquinare Re Leone e il suo operato, a intimidire con belanti ruggiti chi di lui parlava, chi ne citava le gesta, chi ne invocava la giustezza e l'ampio respiro.

Cominciò, pian piano, di minuto in minuto, a gettare una ragnatela di oblio sul recente passato: usò la sua collera di iena, la sua invidia di brutto animale, il suo falso rifarsi a una purezza mai vista e mai soprattutto posseduta, il suo legarsi a regole uguali per tutti, ma buone per nessuno, in un regno di animali tutti diseguali.

Arrivò persino all'abisso dell'assurdo: fece un editto con il quale imponeva alle sue guardie di impedire al Re Leone di entrare nei confini del regno, qualora avesse soltanto che voluto tornare per salutare i sudditi che conosceva da sempre. Se il Re Leone avesse voluto entrare nel regno, lui avrebbe dovuto chiedere il permesso a lei, la iena, almeno cinque giorni prima e aspettarne il placet che non è detto sarebbe stato certo! Tanta era la paura della iena che i sudditi, rivedendo l'amato Re, non accettassero lei, torvo canide ingrugnito, che divenne una vera ossessione per lei l'immagine del Re!

Per la verità, Re Leone aveva lasciato alla iena i suoi fidi scudieri: tante parole il Re aveva speso nel raccontare alla iena la fedeltà degli attendenti di corte! E aveva chiesto loro, sapendo che la iena era molto diversa da lui, le ardue prove di scalare il Monte Leone e il Monte Imperiale, per abituarsi a soffrire, a obbedire a insulsi comandi e a inutili grida, per cercare di cogliere il bene comune anche nel pasto della iena, abituata alle carogne e a ridere del male degli altri.

E gli scudieri, mestamente e con la paura di essere azzannati, si avvicinarono alla iena.

E qui Re Leone ebbe una grande sorpresa.

Pur oramai lontano da San Pomodoro, egli riceveva notizie da emissari zelanti che lo avevano ancora e sempre nel cuore.

E tra ridicole farse orchestrate dalla iena, tra inutili orpelli e onerosi fardelli caricati sulle sempre più ricurve spalle dei sudditi, Re Leone venne a sapere che i suoi fidi scudieri erano divenuti i fidati attendenti della iena banchettanti con lei sugli orridi pasti, ma non per giusto dovere nei riguardi di San Pomodoro, ma per bieco piacere, non per spirito di servizio, ma per gusto del potere.

E sì, perché la iena, furbescamente e malevolmente, con l'astuzia e la calunnia, blandendo e lusingando, offrendo spazi di potere ed evocando piccine aspirazioni, era riuscita non certo a far scordare Re Leone agli scudieri, ma a offrir loro una nuova cornice, una nuova dimensione da soldatini di stagno che condividevano le gesta del despota travicello.

E così San Pomodoro, che aveva visto il governo di un sovrano assoluto che splendeva nel sole, riflettendo il sole su tutti, vide allora un gruppo di iene governare all'unisono, una su tutte, di certo, ma con le pavide altre pronte a compiacerne ogni azzanno, compiacendosi anch'esse nel macabro pasto. Persino lo gnomo, anzi lo gnomo su tutti, viaggiava sintonico con la iena, pianificando insani progetti coinvolgenti altri regni e altri tavoli al profumo di aria fritta.

E questa amara sorpresa portò a Re Leone benefiche domande.

Gli scudieri avevano sposato il potere donato loro dalla iena per paura, per pura sopravvivenza, certamente, ma soprattutto per loro grande piacere: allora lui forse aveva sbagliato nel dar loro così ampia fiducia? Forse aveva considerato l'anima di loro capace di beltà, mentre era solo desiderosa di compiacere per ricevere in cambio lo scettro del comando, anche se solo in seconda?

Ma la risposta era molto semplice e Re Leone la trovò agevolmente: tutto scorre, muta e si modifica, gli animali hanno un grande spazio di adattamento e il cuore sa ricordare, nel migliore dei casi, il Bene del prima, nello struggersi di una realtà con la nebbia e, in altri casi, sanno trovare una via da percorrere, indenni dalle zanne della iena, ma con la schiena ricurva. Nei casi peggiori, alcuni animali trovano invece nella iena un fraterno alleato per i loro mefistofelici progetti sopiti durante il regno del Re Leone, ma ora liberi di esplicarsi nella loro orripilante pienezza.

 

Opera tratta da: "Le fiabe per... Affrontare gelosia e invidia", di Elvezia Benini e Giancarlo Malombra (Collana "Le Comete", Franco Angeli Editore).

GLI AUTORI:

Elvezia Benini, psicologa, psicoterapeuta a orientamento junghiano, specialista in sand play therapy, consulente in ambito forense, già giudice onorario presso la Corte d'Appello di Genova. Autrice di numerose pubblicazioni a carattere scientifico.

Cecilia Malombra, psicologa clinica, specializzanda in criminologia e scienze psicoforensi, relatrice in convegni specialistici per operatori forensi e socio-sanitari. Autrice di pubblicazioni a carattere scientifico.

Giancarlo Malombra, giudice onorario presso la Corte d'Appello di Genova sezione minori, già dirigente scolastico, professore di psicologia sociale. Autore di numerose pubblicazioni a carattere scientifico.

Associazione Pietra Filosofale

L’Organizzazione persegue, senza scopo di lucro, finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale mediante l’esercizio, in via esclusiva o principale, delle seguenti attività di interesse generale ex art. 5 del D. Lgs. 117/2017:

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In concreto l’associazione, già costituita di fatto dal 27 gennaio 2016 e che ha ideato e avviato il concorso letterario Pietra Filosofale di concerto con l'amministrazione comunale, intende proporsi come soggetto facilitatore, promuovendo e stimolando proposte di cultura, arte e spettacolo sul territorio, organizzazione di eventi culturali e/o festival, ideazione e promozione di iniziative culturali anche in ambito nazionale, costruzione, recupero e gestione di nuovi spazi adibiti a luoghi di Cultura Permanente, anche all’interno di siti oggetto di riqualificazione e/o trasformazione quali ad esempio l’ex Cantiere Navale di Pietra Ligure, come già attuato nel 2018 presso la Biblioteca Civica di Pietra Ligure, ove ha curato un percorso specifico di incontri dedicati alla salute e al benessere attraverso il progetto Il sogno in cantiere": il sogno, in onore e ricordo del cantiere navale che un tempo a Pietra Ligure ha dato vita a tante navi che sono andate nel mondo, vuole ritrovare nel “Cantiere” il luogo di cultura permanente dove poter trascorrere un tempo dedicato al pensiero del cuore, per nutrire l'anima con letture, scrittura creativa, musica, conferenze, mostre.

La “Filosofia dell'associazione” è quella di ridare vita al "Cantiere" in una nuova forma e in un nuovo spazio, ma con lo stesso intento di progettare e costruire "mezzi" speciali, per poter viaggiare con l'immaginazione, strumento di fondamentale importanza per creare spazio e tempo migliori in cui vivere.

L'Associazione vuole favorire l'alchimia di differenti linguaggi, promuovendo spazi di arte, cultura e spettacolo, convogliando le energie nascoste, rintracciando il messaggio archetipico attraverso la narrazione, tentando di recuperare i meandri del proprio Sé, per creare momenti di incontro, scambio e ascolto e per gioire dell'Incanto della Vita. L'aspetto narrativo si è già concretizzato nel 2016 attraverso l'esperito Concorso letterario sulla fiaba; la fiaba è metafora di vita: se il suo linguaggio è ricco e articolato, anche la vita, di conseguenza, sarà ricca e articolata, capace, come per i personaggi delle fiabe, di conservare una nicchia di libertà che faccia considerare l'alterità, l'altro, come un patrimonio da tesaurizzare. L'intento è quindi quello di compiere il “varo” di un “Festivalincantiere” quale contenitore di numerose iniziative, in primis il recupero del concorso letterario sulla fiaba, per poter consentire di viaggiare con l'immaginazione, strumento di fondamentale importanza per creare uno spazio e un tempo migliori in cui vivere e per offrire al Comune l'ampliamento della propria visibilità culturale sia a livello locale sia nazionale e oltre.

«I luoghi hanno un'anima. Il nostro compito è di scoprirla. Esattamente come accade per la persona umana.» scrive James Hillman

La triste verità è che la vera vita dell'uomo è dilacerata da un complesso di inesorabili contrari: giorno e notte, nascita e morte, felicità e sventura, bene e male. Non possiamo neppure essere certi che l'uno prevarrà sull'altro, che il bene sconfiggerà il male, o la gioia si affermerà sul dolore. La vita è un campo di battaglia: così è sempre stata e così sarà sempre: se così non fosse finirebbe la vita. (C.G.Jung, L'uomo e i suoi simboli)

Pedagogia della fiaba

La fiaba è metafora di vita: se il suo linguaggio è ricco e articolato, anche la vita, di conseguenza, sarà ricca e articolata, capace, come per i personaggi delle fiabe, di conservare una nicchia di libertà che faccia considerare l'alterità, l'altro, come un patrimonio da tesaurizzare e non come un competitor o peggio come un diverso stigmatizzabile in minus da omologare coercitivamente.

"L'aspetto linguistico così intenso ed evocante contesti e costrutti, spesso caduti nell'oblio, è il necessario contenitore, è la pelle del daimon che consente a ciascuno di riappropriarsi di conoscenza e di dignità, ricordando a tutti e a ognuno che l'ignoranza è la radice di tutti i mali". (Giancarlo Malombra in "Narrazione e luoghi. Per una nuova Intercultura", di Castellani e Malombra, Ed Franco Angeli). 


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